Prosciutto e melone: un classico piatto estivo. Che vino abbinare?

Divagazioni su abbinamenti fra cibo e vino.

Abbiamo un veloce piatto estivo, di quelli che funzionano sempre in tante occasioni. Che piace molto, eccellente quando i prodotti sono di qualità. Con che cosa lo beviamo?  Ad un piatto così  ci vuole un abbinamento adeguato, naturalmente. Si tratta ora di scegliere quello giusto.

La cosa  sembra molto semplice; ma non è così: vediamo, cosa ne pensano a gli esperti.

Prima di tutto si deve valutare la struttura del cibo, che nel nostro caso sarà leggera, pertanto anche il vino dovrà essere leggero, molto leggero. Poi conviene sempre pensare alla principale caratteristica del piatto, che tende al dolce ed è anche aromatico. Tendenza dolce perché il melone è, per l’appunto, dolce e pure il prosciutto crudo può vagamente esserlo (dipende dalla tipologia ovviamente), e poi c’è l’aromaticità perché entrambe le materie prime di cui è composto il piatto sono molto profumate. Non si tratta di un piatto del sud-est asiatico, ma comunque l’aromaticità è buona.

Ora la domanda: occorre il gusto del tannino? Direi di no, non ci sono intingoli da asciugare o grasso da pulire. No, meglio niente tannino, quindi nessun rosso. Serve uno spumante? Ancora di no. Infatti non c’è nessuna parte del piatto che occorre sgrassare con l’aiuto dell’effervescenza. Tolti i rossi per via del tannino e gli spumanti per via delle bollicine, rimangono i vini bianchi fermi e i rosè. Non è che il campo si sia ristretto di molto, però continuando a ragionare lo definirei ancor meglio. Abbiamo detto bassa struttura e buona aromaticità.

 Queste caratteristiche completano, se non del tutto, in buona parte il quadro: ci occorre un bianco leggero (non troppo) e profumato, con una buona acidità che contrasti la tendenza dolce. Bianco, leggero, acido, profumato, ecco l’identikit del nostro vino. Come si può capire non sono pochi quelli che rispondono a questa descrizione, a riprova che l’abbinamento cibo vino non è così vincolante come lo si presenta a volte: fra i tanti vini disponibili  sceglieremo il Pinot Bianco.

Uva di Pinot Bianco.

Cosa dicono “gli altri”?

I francesi tuttavia la pensano in maniera diversa: dal già citato “Figaro vin” leggiamo.

“Le melon me semble d’instinct appeler un vin blanc doux. Très appréciée de nos grands-parents, l’alliance avec le Porto n’est pas aussi judicieuse qu’il y paraît de prime abord : sauf à tomber par hasard en même temps sur un melon exactement mûr et un porto jeune et déjà complexe, l’un dominera forcément l’autre. En revanche, le mariage melon-jambon cru – sucre contre sel – constitue une entrée très agréable.

 Et je l’escorterais volontiers d’un blanc demi-sec comme ceux qu’on trouve dans la Vallée de la Loire, du côté de Montlouis ou de Vouvray : leur fruité et leur bouquet légèrement exotique sauront tenir tête à l’intensité aromatique du melon. Tandis que le sucre résiduel présent dans les vins épousera naturellement la douceur de l’assiette. Dans cette région-là, j’ai un faible pour les vins que produit François Chidaine en son Clos du Breuil : ses montlouis demi-secs Les Tuffeaux (tout en rondeur) et Clos Habert (tout en saveurs) non seulement s’épanouiront sur le melon, mais de surcroît mettront l’assiette en valeur”. La traduzione più avanti.

A scrivere è Enrico Bernardo, italiano di nascita che ha un ristorante a Parigi, miglior sommelier del mondo nel 2004. Diventato molto francese nei gusti del vino. Il suo ristorante di Parigi si chiama “Il vino” .

Ebbene, dice che d’istinto quando si parla  di vino per il melone gli viene in mente un vino bianco dolce. Certo, la scuola classica suggeriva il Porto, ma Bernardo ritiene (giustamente) che l’effetto finale sia coprente, e dunque niente.

Se in tavola c’è prosciutto e melone – “zucchero contro sale”, annota il sommelier – meglio cercare un blanc demi-sec di quelli che fanno nella Valle della Loira, a Montlouis o a Vouvray.

Concordiamo  con Bernardo, si tratta di vini favolosi, e con quel loro profumo vagamente esotico col melone ci stanno benone.

Se invece il melone arriva per dessert, la soluzione è in un Muscat “vendange tardive” dell’Alsazia.

Siamo d’accordo. Ma se volessimo bere italiano? Citiamo ora Angelo Peretti, giornalista, che anima il blog “The internet Gourmet”

“Provo a rispondere io. E dunque, con l’abbinata prosciutto e melone in genere io mi oriento verso un rosé, ma di quelli chiarissimi di colore, e quindi neppure minimamente toccati da vene di tannicità. Insomma, mi allontano dal dolce e preferisco cercare il sale del prosciutto. Oppure, se volessimo seguire l’esempio della Loira, perché non metterci un Moscato d’Asti che abbia qualche anno di affinamento in bottiglia? Sì, certo, il Moscato d’Asti – quello buono – invecchia che è un piacere. Un piacere, proprio.”

Se ci rivolgiamo ad un esperto americano abbiamo un’altra risposta: il Riesling è perfetto sia esso leggermente secco o leggermente dolce. Va pure bene il Moscato d’Asti, schiumoso e frizzante.Però se lo preferite potete provare  un rosato secco, sarebbe perfetto, ma anche un Beaujolais, un pinot nero leggero andrebbero bene per fare risaltare il prosciutto.

(Riesling is a perfect foil for this appetizer, in softly-dry to softly-sweet styles. Moscato d’Asti is light, frothy, fresh and crisp and would be a delightful sip. If you prefer, a dry Rosé would be perfect, or try a Beaujolai gamay or lighter pinot noir to set off the Prosciutto).

La domanda che ci facciamo a questo punto è la seguente: per un piatto così banale quante storie per trovare un vino che vada bene.

Avete detto banale?

Leggete questo scritto, di Liana Marabini, apparso, in francese nel sito “Cuisine et Histoire” .

Alla fine di queste divagazioni l’altra domanda è : con cosa berrebbe con prosciutto e melone, l’autore di queste note?

Acqua, per non alterare il raffinato equilibrio di sapori del prosciutto e melone. Siccome è un antipasto sceglierò un vino che va bene coi piatti che seguiranno.

Gemellaggio Monaco/ Dolceacqua: il Comune di Monaco, un approfondimento

La stampa sia monegasca che quella italiana in Liguria, hanno dato ampio spazio a questo avvenimento, che, comunque, avrà luogo nel 2023. Il fatto è significativo  ed importante, ma bisogna notare che il gemellaggio non è fra il Principato e Dolceacqua, ma con il Comune di Monaco. Sì, perché Monaco non è solo Stato, ma anche comune. Vale la pena di parlarne…..

Veduta di Monaco Ville, dove è situato il Comune.

Monaco ha anche un sindaco, che è importante…

Monaco è un Principato, uno Stato, ne siamo ben consapevoli. Ma è anche  un comune, del quale forse non ne siamo altrettanto  consapevoli. Noi, Italiani a Monaco, avvertiamo la presenza dello Stato, delle sue istituzioni : la corte, il principe e le principesse sono il segno incarnato della tradizione monarchica, il Consiglio Nazionale è il Parlamento, l’espressione del popolo monegasco che partecipa alla politica del proprio paese. C’è la polizia onnipresente, protettiva, rivolta alla  sicurezza dei cittadini, siano essi nazionali o residenti. Ci sono il governo e i ministri, molto attivi e dediti a cose concrete. Visibili e “alla mano”, in caso di bisogno.

C’é pure il sindaco che è il capo del Comune, e il consiglio comunale:  quello che forse non tutti sanno è che hanno radici antichissime nella storia di Monaco, da prima ancora che diventasse signoria e poi principato dei Grimaldi.

Andiamo con ordine tuttavia, partendo da ciò  che è oggi: il Comune di Monaco è l’unica divisione amministrativa del Principato di Monaco, e i suoi confini  coincidono con lo Stato. Il comune è nella Costituzione. L’ordinamento comunale è costituzionalmente rilevante e ben 10 articoli gli sono dedicati. Titolo IX , dal 78 all’87, tenendo presente che, in tutto, la Costituzione del Principato ha 97 articoli.

Il Comune di Monaco. Foto © Pages Jaunes.

Il Comune di Monaco dispone di un Consiglio comunale composto da 15 membri.  Sono elettori i poco più di 7.000 cittadini monegaschi; per essere eletti è necessario aver compiuto 21 anni. I residenti stranieri sono naturalmente esclusi da queste votazioni.

Il sistema elettorale è plurinominale a due turni, su liste : ogni elettore ha quindici voti di preferenza che può distribuire a suo piacere fra le eventuali liste concorrenti, se ci sono. Sono eletti al primo turno i candidati della lista che ottiene la maggioranza + uno  dei voti.  Se una lista ottiene il 49,99 % non ha nessun eletto. È tuttavia possibile il panachage, cioè  votare una lista e un candidato di una lista diversa.

Il consiglio elegge nel suo interno il sindaco e i suoi adjoints, ossia gli assessori. La consuetudine politica  è che il candidato alla prima poltrona cittadina sia  indicato agli elettori nella figura del capolista della lista più votata. Il sindaco attuale è Georges Marsan, di professione farmacista, in carica dal 2003  e via-via rieletto ogni quattro anni fino alle ultime  elezioni del 2019. Resterà in carica fino al 2023.

Georges Marsan, sindaco di Monaco. Foto © Monaco Tribune.

Qualche cenno di storia

La Costituzione del 1911 divise il vecchio Comune di Monaco nei tre comuni di Monaco-Ville, Monte-Carlo e La Condamine, ma il governo del principe fu accusato di aver operato una forma di divide et impera nei confronti dell’unica istituzione democratica del Paese, avendo il Consiglio nazionale, da poco costituito, poteri estremamente limitati. Le polemiche portarono in tempi relativamente brevi alla revisione della decisione, restaurando il Comune unico con una legge del 1917, operativa dall’anno successivo. Da allora il territorio monegasco è amministrativamente indiviso, e i quartieri cittadini hanno unicamente funzioni statistiche.

L’anno 1911 era stato cruciale per la storia di Monaco. Regnava allora Alberto I, sovrano illuminato, scienziato ed esploratore, grande navigatore. Era un uomo sensibile e di fronte alle inquietudini del popolo monegasco di allora, che non partecipava come era auspicabile alle fortuna del Principato, volle rispondere adeguatamente  alle esigenze del momento e concesse quella Costituzione che fece di Monaco uno Stato costituzionale.

Quella Costituzione é quella ancora vigente oggi, sia pura largamente emendata ed aggiornata.

In quella occasione il Principe, invece di trasformare la antica istituzione comunale in un parlamento, volle costruire ex novo il Consiglio Nazionale come espressione dei nuovi tempi; tuttavia riformò addirittura  l’antica istituzione dividendo  il territorio del Principato in tre comuni. La decisione comunque non si rivelò felice e si ritornò all’unica amministrazione comunale, che è quella di oggi anche se aveva radici antichissime.

Monaco nel 1911. Foto Collezione privata.

Il comune antico o universitas

Dai libri di storia apprendiamo che fin dal XIII secolo la comunità degli abitanti, i capofamiglia, si riunivano periodicamente per discutere di interessi comuni come la gestione del territorio, la manutenzione di strade e sentieri, della chiesa, degli ospedali. Si parlava di feste padronali, ma anche come provvedere alla difesa in caso di attacchi nemici. Questo succedeva ancora prima dell’arrivo dei Grimaldi. La repubblica di Genova, del cui possedimenti allora Monaco faceva parte, delegava i suoi “castellani” che presiedevano queste riunioni. I Grimaldi mantennero queste usanze e le rafforzarono e condivisero con il popolo monegasco, la universitas, la cosiddetta ordinaria amministrazione degli affari della Signoria – poi Principato – di Monaco.

Le cose pare abbiano funzionato abbastanza bene in perfetta armonia  fra popolo e principe. Nel XVI secolo si ha notizia che l’istituzione si è formalizzata. La comunità é gestita da un consiglio composto da quattro sindaci , dodici consiglieri, il podestà, che rappresenta il principe, che presiede e che si fa assistere da un segretario, coadiuvati da funzionari del Comune.

Francobollo che mostra un abitante di Monaco del XVI secolo. Foto © 123RF.

Col tempo le riunioni  si fecero sempre meno frequenti. Nel 1790, il Principe Onorato III, ai tempi della Rivoluzione francese, introdusse un consiglio comunale di 18 persone con l’intenzione di organizzare il territorio.

Poi ci fu l’occupazione dei francesi, l’abolizione del Principato e l’annessione alla Francia. Seguì la Restaurazione e poi la storia del Principato ebbe una svolta radicale, ma del Comune non si hanno molte notizie fino a quelle del 1910 , anno fatidico in cui si avviarono le grandi riforme del 1911 : la Costituzione e perfino l’istituzione di tre comuni. 

Dopo il ripristino di un solo Comune, nel 2018, l’attività di questo ente è stata ordinata e tranquilla e i vari sindaci si sono succeduti senza scosse.

Qualche “brivido” solo nel 2015

Nella primavera del 2015 sono indetti i comizi elettorali per il rinnovo del Consiglio Comunale. Contrariamente alle elezioni  precedenti questa volta vi è un gruppo di persone, che si presenta come alternativa al sindaco in carica, Georges Marsan, proclamando che è ora di cambiare. La lista concorrente si chiama Un regard Neuf capeggiata da Frank Nicolas. Abbiamo avuto modo di leggere i programmi di entrambi gli schieramenti e non abbiamo notato alcunché di notevole. Gli uni propongono di fare meglio degli altri le stesse cose.

L’interesse nella competizione elettorale si accentua quando viene annunciata la candidatura, nella lista promossa da Frank Nicolas, di un componente della famiglia del principe. Si tratta della signora Cecile Gelabale de Massey, moglie separata del Barone Christian de Massey, imparentato con la famiglia del principe Alberto.

La lista elettorale Un Regard Neuf del 2015. Foto © Twitter.

La notizia sconcerta e provoca la riprovazione del Palazzo, poiché vi è una antica e consolidata tradizione secondo la quale i membri della famiglia regnante non devono essere coinvolti nella politica e partecipare a competizioni elettorali. La candidatura viene pertanto ritirata creando un certo imbarazzo ai promotori della lista.

Si arriva così alle elezioni, con qualche tensione e larga partecipazione, oltre il 60% degli iscritti, ma i risultati non danno adito ad alcun dubbio. Stravince la lista Evolution communale del sindaco uscente, con il 75% dei voti. Si prende tutti i 15 seggi in palio. Il sistema elettorale non consente alla minoranza nessun seggio e quindi… non c’è minoranza rappresentata nel consiglio comunale.

Il sindaco riconfermato: Georges Marsan, viene insediato dopo un mese dalle elezioni in forma solenne. Sarà confermato nuovamente nel 2019, ed è tuttora in carica fino al 2o23, come abbiamo visto.

Quali sono le competenze del Comune?

Ricordiamo che il Comune impiega  circa 650 persone suddivise in 19 servizi municipali raggruppati in  6 settori:

– Affari sociali: iniziative a favore della piccola infanzia, assistenza agli anziani

– Affari culturali :  la mediateca, l’ Accademia Rainier III, la Scuola superiore di arti plastiche,  il Jardin Exotique.

– Attività di animazione, le feste e le ricorrenze.

– i servizi amministrativi come anagrafe, stato civile, sport, demanio, affissioni

– Gestione delle risorse umane, le comunicazioni e i servizi tecnici.

Inoltre il parere del consiglio comunale è rilevante, anche se non vincolante, quanto si tratta di prendere importanti decisioni in campo urbanistico, sul traffico e destinazioni commerciali.

Il Comune è pertanto competente per i rapporti con altri comuni e la pratica del gemellaggio è una consuetudine molto diffusa in Europa. L’ idea è nata da una proposta dei sindaci, come sintetizzato da questa lettera.

Foto © Riviera24.

Come si vede dalla lettera i sindaci evocano un fatto importante nella storia dei rapporti fra Monaco e di Dolceacqua , avvenuto nel 1523. Allora quelle zone di confine erano oggetto di rivendicazione fra le potenze di allora e causa lotte e guerre fra Genova, Milano, Savoia, Spagna e Francia. 

Dolceacqua ebbe nel Cinquecento  periodi turbolenti, oggetto di disputa fra i Grimaldi di Monaco e i Doria.

Oggi è un ridente borgo ligure, comune di 2000 abitanti, una piccola capitale del vino, il Rossese di Dolceacqua DOC.

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Il Ponte di Dolceacqua. Foto © Turismo.it

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Bibliografia e fonti di informazioni: La stampa locale (Monaco Matin, L’Observateur de Monaco, Monaco Hebdo, La Gazette de Monaco, La Principauté).

Per i riferimenti storici: Mauro Marabini “Monaco, il Principato, per la grâce de Dieu” – Liamar Multimedia, 2020.

Monte-Carlo & Montecarlo. Oppure : “l’altra Montecarlo”

Monte-Carlo nel Principato di Monaco.
Montecarlo in Toscana. Foto © TuscanyPeople.

Se ricerchiamo, su Wikipedia Italia, Montecarlo, spunta  Montecarlo, comune italiano in provincia di Lucca. Infatti anche in Italia, come vediamo c’è una Montecarlo, scritta però tutto attaccato senza trattino.  

Da una rapida ricerca impariamo che si tratta di un borgo con poco più di 4.000 abitanti, che si chiamava anticamente Vivinaia e che ha cambiato nome, anche lui, in onore di un re Carlo (in questo caso parliamo di di Carlo IV di Lussemburgo). Questo succedeva nel 1331, in pieno Medioevo, quando il territorio dove si trovava Vivinaia era terra contesa fra Firenze, Lucca e Pisa.

Carlo IV di Lussemburgo. Foto © Liamar Multimedia.

Per arrivarci, da Monte-Carlo, si devono fare quasi 350 chilometri, uscire dalla autostrada ad Altopascio, e proseguire in strade minori. Il paesaggio per un certo periodo non è molto attraente, come di solito è la Toscana, per la vasta presenza di piccole aziende, capannoni, fabbricati industriali.

Poi tutto cambia quando si arriva ad imboccare la strada dell’Olio e del Vino. Si arriva infine nel borgo antico sovrastato da un imponente castello, la fortezza del Cerruglio.

Fortezza del Ceruglio. Foto © Fondo Ambiente Italiano.

Da quelle parti si fa anche un vino, il Montecarlo DOC, sia bianco che rosso.

Il rosso si fa con Sangiovese, vitigno principale, combinato anche con  con Merlot e o Shiraz.

Il bianco ha come vitigno principale il Trebbiano toscano, in abbinamento con Roussanne, Semillon, Pinot bianco, Pinot grigio. 

Vini dell’Azienda Buonamico di Montecarlo. Foto © buonamico.it

Avete letto bene, vitigni toscani con vitigni francesi: questa è la particolarità  dei vini di Montecarlo (Toscana).

Nella seconda metà dell’Ottocento un viticoltore locale andò in Francia, fece un lungo giro ed importò le piantine dei vitigni francesi, cento anni prima dei “supertuscan”.

La cartina da www.quattrocalici.it

Foto © Quattrocalici.it

Dante: tanto apprezzato all’estero, soprattutto in Francia

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495. Ginevra, collezione privata. Foto ©Wikipedia.

Sono in corso le grandi celebrazioni del 700° anniversario della sua morte.

Noi non diremo la nostra sull’opera del poeta, ma ci limitiamo a segnalare come è apprezzato all’estero e come il suo nome sia portatore di italianità.

Italiano ma universale e tale riconosciuto come fondamento stesso di tutta la cultura che chiamiamo occidentale.

In Francia è già uscita nelle librerie, agli inizi del 2021, la traduzione in Francese di “Dante”, di Alessandro Barbero. L’editore è Flammarion e il titolo in francese è “Dante. La vraie vie de Dante 1265-1321”.

Recensioni e critiche, positive, sono apparse su periodici importanti e diffusi come Le Figaro Magazine e Le Point.

In questa sua opera l’autore non osa nuove interpretazioni o commenti su versi isolati, ma colloca Dante nel suo tempo, seguendo meticolosamente le sue diverse età, dall’infanzia alla maturità fino ai suoi ultimi anni (in parte avvolti nel mistero).

La copertina dell’edizione francese del libro di Barbero. Foto © Liamar Multimedia.

Passa davanti a noi la sua educazione sentimentale, Beatrice – conosciuta da bambino – e re-incontrata a 18 anni, per caso, quando questa aveva 17 anni, era già sposata, e mai più rivista se non nel sogno.

Incontriamo la sua vasta famiglia, il vicinato, siamo informati sul matrimonio (combinato, quando lui aveva solo 12 anni), gli  affari, l’attività politica, le amicizie, l’esilio, gli studi e la biblioteca.

La vita di Dante è raccontata  attraverso i diversi aspetti della sua personalità, che emerge dalle tracce lasciate negli archivi, dando un fondamento storico a quello che sembra quasi un romanzo. Scopriamo un Dante soldato con armi e armature, un Dante politico, un Dante cortigiano durante il suo lungo esilio.

Dante è immerso nel Medioevo, ha una sua concezione del mondo e partecipa attivamente alla vita politica della sua città fino ad arrivare alla sua rovina: l’esilio. Il testo della condanna, pronunciata nel 1302, non lascia indifferenti: “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estorsive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5.000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia) e se lo si prende, al rogo, così che muoia”. Infatti, per sua fortuna, nel momento della condanna non era a Firenze, ma a Roma, dove si trovava come ambasciatore.

Foto © cronachemacertesi.it

Il vero motivo della condanna e del relativo esilio fu semplice: Dante ebbe la sfortuna di appartenere al partito dei guelfi bianchi, perciò fu vittima di giochi politici più grandi di lui. I guelfi neri, preso il governo di Firenze, si vendicarono su tutti coloro che erano stati contro di loro e Dante ne faceva parte. 

Nel mezzo del cammin della sua vita viene cacciato dal suo luogo natale; non tornerà più nella sua amata Firenze, ma scriverà la “Commedia”. 

Paradossalmente, l’esilio lo trasformò da fiorentino in “cittadino d’Italia”. Perché dopo Roma, il poeta iniziò un lungo girovagare, coprendosi uomo di corte presso vari signori magnanimi (i Malaspina di Lunigiana, gli Scaligeri di Verona, i Da Camino di Treviso, i Da Polenta di Ravenna) che ospitavano personalità di cultura per ricevere in cambio lustro e prestigio.

Dante, dopo la condanna, si ritrovò a dover assoggettare ad altri la sua volontà e la sua attività creativa: fu un periodo difficile per lui, dopo essere stato un fiero intellettuale del suo libero Comune. Ma per lui Firenze rimarrà per sempre un capitolo chiuso.

Dopo varie corti illustri che lo hanno ospitato, il poeta, nell’ultimo periodo della sua vita, probabilmente dal 1318, fu ospite a Ravenna di Guido Novello da Polenta. Il soggiorno ravennate gli offrì quell’oasi di pace necessaria per la stesura dell’ultima delle tre cantiche: il “Paradiso”.

Andrea Pierini (1798-1858), “Dante legge la Divina Commedia alla corte di Guido Novello”, 1850, olio su tela. Firenze, Galleria d’Arte Moderna. Foto © Library De Agostini / G. Nimatallah.

Si è spento, a causa di una febbre malarica, nel settembre del 1321 durante un viaggio verso Venezia in qualità di ambasciatore.

Fortemente scosso dall’improvvisa morte dell’illustre ospite, Guido Novello che già da tempo aveva l’intenzione di cingere il capo di Dante dell’alloro poetico, gli rese omaggio con solenni funerali nella basilica di San Francesco, dove venne seppellito.

La tomba di Dante – un monumento funebre eretto presso la suddetta basilica – fu costruita tra il 1780 e il 1781 ed è a forma di tempietto neoclassico coronato da una piccola cupola. Sull’architrave sovrasta in latino la scritta: “Dantis poetæ sepulcrum”.

Solo nel 2008, la Commissione Cultura di Palazzo Vecchio di Firenze ha votato per la piena riabilitazione del “sommo poeta”.

Tomba di Dante. Foto © Wikipedia.

Vi piace la filosofia?

Vi piace la filosofia? Non tanto direi: ne abbiamo un ricordo dai lontani anni del Liceo e qualche lettura, forse, nel corso degli  altri studi.

Tuttavia la parola aleggia in tanti discorsi come nella diffusa asserzione  “prendersela con filosofia”, formula consolatoria che dovrebbe aiutarci a superare tanti piccoli, o meno piccoli, contrarietà quotidiane.

Tanti filosofi tuttavia sono citati, in discorsi di politici ed in articoli dotti e le loro opere portate a prova di ogni argomentazione. Citati ma non sempre letti; infatti, a parte gli specialisti, gli insegnanti  e studenti di filosofia, chi prende a mano, o si da alla lettura di un testo filosofico?

Noi che viviamo a Monaco, in un ambiente di lingua e cultura francese prevalente notiamo tuttavia che i francofoni sono più interessati alla filosofia di noi italiani.

 Se ne parla  e se ne scrive su giornali a larga diffusione e nelle scuole hanno uno spazio maggiore che da noi. Per il BAC,  vi è spesso la prova di “philo”.

Sarà perché in Francia  si è sviluppato gran parte del pensiero d’oggi; esistenzialismo, stutturalismo, fenomenologia, ed altro.  Oggi si parla molto di  decostruzionismo.

Nel Principato addirittura  Charlotte Casiraghi, la figlia della Principessa Carolina, si è fatta una fama per la sua passione della Filosofia, non solo è laureata in questa materia, alla Sorbona di Parigi, ma è fondatricce e promotrice dei “Les rencontres philosophiques” , manifestazione che si tiene periodicamente a Monaco.

Charlotte Casiraghi, fondatrice e presidente di “Les Rencontres philosophiques”.
Foto © Noblesse & Royautés

È una manifestazione estremamente interessante e bene organizzata. Ha il grande pregio di rendere la filosofia accessibile, di avvicinarla alle persone per meglio utilizzarla nella vita di tutti i giorni. I libri presentati in questa manifestazione sono a portata di tutti, rendendo piacevole una materia che può essere intimidante.

Ed è in pieno in questo stile il giornalista Andrea Cauti (grande appassionato di filosofia) ed il suo libro di grande successo “In questa stanza non c’è un rinoceronte. Wittgenstein spiegato a mia figlia“, edito da Liamar.

Foto@ Liamar Multimedia.

Da questo piccolo libro (nel senso che ha, relativamente, poche pagine, ma che si presenta in una edizione curata ed elegante) apprendiamo che fu Ludwig Wittgenstein il precursore del pensiero contemporaneo. 

Ludwig Wittgenstein, chi era costui? Diciamoci la verità, lo abbiamo sentito citato parecchie volte e forse ci siamo chiesti come la pensava veramente. Ha scritto libri ritenuti difficilissimi, quasi ermetici e mai ci saremmo addentrati in tali letture.

Ludwig Wittgenstein, foto © Britannica.

 Al contrario  Andrea Cauti cerca, e ci riesce, di renderci digeribile questo filosofo visto che ha cercato di spiegarlo a sua figlia, che studia la materia al liceo.

Quindi in questo libro si spiega chiaramente l’ostico filosofare di Ludwig Wittgenstein e il titolo nel  contesto emerge nel suo significato recondito.

Non solo nel testo vengono illustrate le opere dell’autore,  ma si da un risalto significativo alla sua vita e al carattere.

Ludwig Josef Johann Wittgenstein (1889-1951) era un uomo che odiava gli eccessi. Aveva rifiutato una enorme ricchezza ereditata dal padre, perché il danaro corrompe, ma era lui stesso un uomo pieno di eccessi  e di contraddizioni; ossessionato dagli insetti, odiava donne e bambini, era nostalgico dell’Impero Austro Ungarico, e per un certo periodo ebbe pure simpatie comuniste. Era insofferente contro chi lo contraddiceva, irascibile e violento verso i suoi allievi ed irrispettoso con i suoi maestri. Notiamo che il suo grande maestro fu Bertrand Russell.

Bertrand Russell, foto © Wikipedia.

Ebbe comunque una vita travagliata, nato negli agi ma con un padre, grande uomo d’affari, tirannico con la sua famiglia. Due suoi fratelli si suicidarono, fu soldato volontario nella prima guerra mondiale, che termino’ in un campo di prigionia in Italia.

Insegnò comunque a Cambridge ed ebbe contatti e relazioni con l’aristocrazia intellettuale della Gran Bretagna.

Grosso modo viene considerato dagli storici come filosofo neopositivista, che vide nello studio del linguaggio la ricerca del sapere.

Il suo libro più famoso fu il “Tractatus logico-philosophicus”, da qui la massima: “Quanto può’ dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

La Monaco degli anni 2010 (2010/2019)

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Del 2020 abbiamo già parlato. Come saranno i prossimi 10 anni a Monaco? Per fare previsioni per il futuro bisogna conoscere il passato, quello recente e quello lontano. Questo anno 2021, del quale siamo già alla vigilia di Pasqua, tende purtroppo per ora ad assomigliare all’infausto 2020, l’anno dello scoppio e della diffusione della grande epidemia provocata dal virus che noi chiamiamo corona, o Covid.

Il decennio 2010/2019, alle soglie del 2020 era stato foriero di molti fatti che avevano indotto a previsioni per il decennio successivo, 2020 / 2030. Tuttavia dopo l’epidemia non sappiamo ora come sarà il mondo di domani. Nell’attesa, rievochiamo il recente passato.

Nel mondo e in Francia

Il decennio 2010 ha avuto alcuni momenti forti, come la primavera araba da dicembre 2010 a marzo 2011. Abbiamo visto come è andata a finire.

A Roma abbiamo un Papa che si dimette  ed uno nuovo che viene dall’America Latina.

Copyright: ©Avvenire.

In Francia, che per chi sta a Monaco è il Paese di riferimento, abbiamo avuto il “mariage pour tous” nel maggio 2013, gli attentati islamici contro Charlie Hebdo (gennaio 2015) e quelli del Bataclan ( novembre 2015).

Il radicalismo islamico prende sempre più piede in  questa Francia ed altri attentati seguiranno. Si parla sempre più di “ islamo-gauchisme”, vedi in questo stesso blog.

Il popolo francese soffre di questo ed altro, ma la classe politica che governa il Paese minimizza ed attende (che cosa?) per mettere in atto misure drastiche.

Nel 2016 la Gran Bretagna decide di uscire dalla Unione Europeo (Brexit) e gli Stati Uniti eleggono Donald Trump alla presidenza. Non sarà rieletto, come sappiamo, alla fine del suo mandato. Come sarà il nuovo presidente Joe Biden? Comunque per ora non entusiasma.

In Francia esplode il fenomeno Macron, maggio 2017. Era uno sconosciuto, quasi, fino a poco tempo prima, ma diventa presidente della “République”.

Per la prima volta, dalla fine della Seconda guerra mondiale la presidenza della repubblica francese non viene espressa dai partiti tradizionali conservatori e socialdemocratici. Chi c’è dietro Macron? È stato aiutato da una magistratura di parte? Macron si proclama progressista e riformatore, partirà bene, ma lo slancio riformatore si arresterà presto.  Dovrà fronteggiare il movimento dei cosiddetti “Gilets jaunes”, al quale reagisce con fermezza, che invece manca contro l’islamismo radicale. Verso la fine del 2019 diventa molto popolare in Francia il giornalista Eric Zemmour che dalla TV distrugge il politicamente corretto praticato dalle élites intellettuali, di sinistra, ça va sans dire. 

La Primavera araba. Copyright: ©Préfixes-Hypothèses.

Nel 2018 ha imperversato nel mondo intero Greta Thunberg, studentessa svedese di 15 anni che ha portato al parossismo le inquietudini, più o meno fondate, per il riscaldamento climatico.

Nell’estremo oriente la Cina svela sempre più il suo volto totalitario ed illiberale, stroncando le proteste di Hong Kong. In Europa e nel Vicino Oriente emerge una sempre più pericolosa Turchia neo ottomana e filo islamica. La guerra in Armenia ne è la prova.

Questa elencazione di fatti non pretende di essere esaustiva, serve come introduzione per evocare gli anni 2010 nel Principato di Monaco. Non abbiamo evocato l’Italia, sempre perennemente in crisi, che stenta ad uscire da quella del 2008…

Ricordiamo tuttavia, senza essere neppure per l’Italia esaustivi, alcuni fatti, fra i quali il progressivo calo demografico: nella penisola italiana risiedono circa 60 milioni  di persone, ma non tutti sono italiani. Gli stranieri sono più di cinque milioni pari allo 8,4% dell’intera popolazione residente e gli italiani/italiani sono in calo;  crescono quelli fuori d’Italia: quasi 6 milioni.

Gli italiani all’estero sono una grande risorsa per il Paese, tuttavia sono spesso ignorati e sottovalutati. Nell’ultimo governo, quello di Mario Draghi, sono  stati del tutto dimenticati; per loro neppure un sottosegretario che si occupi di loro. 

Abbiamo assistito alla fine della carriera politica di Berlusconi e di Prodi, l’ascesa e il declino di Monti, poi di Renzi e poi ancora dei 5Stelle. E ci siamo subiti il governo Conte primo, il  governi Conte secondo, ma abbiamo scampato il Conte TER. La riforma della Costituzione  è stata respinta dal popolo per fare dispetto a Renzi (2016). Nel 2011 avevamo  celebrato – fra retorica ed indifferenza – il 150° anniversario della fondazione dello Stato unitario italiano.

Veniamo a Monaco

In  questo mondo turbolento, il Principato ha trascorso il decennio prima della pandemia in un pacifico cammino verso un continuo miglioramento.

Nel 2009 era uscito dalle black list  avendo cominciato a fare numerosi accordi di collaborazione fiscale con i principali Stati.

L’accordo con l’Italia sarà siglato nel marzo 2015, ma per l’Italia ci sono ancora problemi, vedi in questo stesso blog cosa scrive il dott. Alberto Crosti: “Quale è il colore che il fisco italiano attribuisce al Principato di Monaco?”

Il principe Alberto era salito al trono nel 2005 e nel 2013 sposa la fidanzata Charlene. l matrimonio religioso ha avuto luogo il 2 luglio, gli eredi gemelli Jaques e Gabriella nasceranno il 10 dicembre 2014.

Date e fatti significativi

Segnaliamo alcune date e fatti significativi, non dimenticando mai che il Principato, con l’impulso del Sovrano è molto impegnato nelle tematiche ambientali che vuole armonizzare con la esigenza contraria di ospitare sempre più persone nel suo piccolo territorio, allargandosi in alto e in mare. Fatto significativo: la società che gestisce il Porto di Monaco acquista quello di Ventimiglia.

La Tour Odéon. Copyright ©Edeis.

Nell’aprile 2015 viene inaugurata la Tour Odeon, alta 135 metri: promotore è stato il gruppo italiano Marzocco, da tempo operante nel Principato.

Nel mese di giugno del 2014 viene inaugurato il nuovo Yacht-Club: un capolavoro architettonico ad opera dell’architetto britannico Sir Norman Foster.

Il grande progetto che è  un segno fondamentale per gli anni a venire, il cui compimento è previsto per il 2025, ha avuto inizio alla fine del 2016. Si tratta della nuova estensione in mare dove emergerà il nuovo quartiere de”Anse du Portier”, sei ettari di nuovi spazi attrezzati alla maniera di Monte-Carlo.

Contemporaneamente sono continuati i grandi lavori attorno alla Piazza del Casinò e all’Hôtel de Paris; nel febbraio 2019 emerge un altro nuovo quartiere di “ONE Monte-Carlo”, laddove c’era lo Sporting d’ Hiver.  

Il popolo monegasco

Il decennio in questione è stato pure caratterizzato da una partecipazione molto attiva dei monegaschi, cioè di quelli di nazionalità monegasca, alla vita politica del loro Stato come dimostra l’intensa partecipazione al voto per il Consiglio Nazionale.

La legislature 2013/2018 è stata convulsa e conflittuale, in quella in corso 2018/2023, – che ha visto emergere la leadership di Stéphane Valeri – è emerso uno stretto collegamento fra eletti, governo e Principe per tenere sempre conto degli interessi dei nazionali, cioè del popolo monegasco. Stéphane Valeri con il suo partito Priorité Monaco, PRIMO, ha ottenuto il 57% dei voti.

Copyright: ©Conseil National.

Come abbiamo detto, il popolo monegasco partecipa attivamente alla “sua” politica; per l’elezione del “Conseil National” va a votare di solito più del 70% degli iscritti.

Dal popolo monegasco è emerso un nuovo campione di formula 1, Charles Leclerc, che indossa i colori della Ferrari. 

Tutti i residenti sono stati colpiti, addolorati e sbigottiti per il brutale assassinio, avvenuto a Nizza (a Monaco non sarebbe mai stato possibile, di Hélène Pastor. e del suo autista Mohamed Darwich (6 maggio 2014).

Le indagini portano all’arresto dei presunti assassini, Samine Saïd Ahmed e Alhair Hamadi, che indicano  Wojciech Janowski come mandante. Janowski è da anni il compagno della figlia di Hélène Pastor, Sylvia.

Dopo l’epidemia che cosa succederà e Monaco? riprenderà il suo cammino cosi come programmato nel recente passato?

Di sicuro saranno completati i progetti urbanistici in corso, il  cantiere non si è mai arrestato.

I lavori de l’Anse du Portier procede alacremente e se ne rendono conto i cittadini di Monte-Carlo che abitano nei piani elevati dei grattaceli. Senz’altro sarà migliorato il traffico grazie a nuovi interventi che lo rendono più fluido, alla politica urbanistica che consentirà di ridurre i tempi di accesso ai posti di lavoro del Principato.

Tutto fa prevedere uno sviluppo più controllato e moderato, verrà sicuramente oltrepassata la soglia dei 40.000 abitanti, ci sarà, forse l’accordo con la Unione Europea. Un patto speciale che riconosca la pecularietà del Principato.

Proverbio Monegasco: Pati ciari, amiciçia longa. Serve la traduzione?

Charles Leclerc, corridore monegasco di Formula 1 sulla Ferrari. Copyright ©Deserto.

Le molte anomalie Italiane

“ o mia patria, si bella e perduta,
o membranza si cara e fatal “
( Nabucco)

Da Giuseppe Conti a Mario Draghi, febbraio 2021

Giuseppe Conte, secondo Galli della Loggia – “è un signore assolutamente sconosciuto” che d’improvviso diventa capo del governo, ma che “non rappresenta niente e nessuno”. 

Era tuttavia una scelta  anonima e non  ingombrante per Lega e M5S del 2018, per potere governare insieme, senza  dovere ritornare a votare.

Per questo il politologo Galli della Loggia lo ha definito “il trionfo dell’anomalia politica italiana, un’anomalia assurda”.

Della sua debolezza Conte ha fatto un punto di forza quando, con astuzia – dopo essere arrivato a Palazzo Chigi, anche grazie a Salvini – nell’agosto 2019 colse l’occasione di interpretare l’Anti  Salvini per accreditarsi col Pd, cosicché ha potuto presiedere di seguito due governi  con personale proveniente da partiti contrapposti.

Secondo Galli della loggia potrebbe presiedere indifferentemente governi con qualunque maggioranza. C’è un noto aforisma di Groucho Marx: “questi sono i miei principi e se non vi piacciono ne ho altri”. Lo stesso può dire Conte delle sue idee.

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del buon governo 1338-1339, Sala della Pace, Palazzo Pubblico, Siena

Sembra tuttavia che questo Conte non scandalizzi più di tanto il pubblico e la stampa benpensante. Si dice, o si diceva, che  abbia un certo consenso. Addirittura si era arrivati a pensare ad un Conte TER, cioè ad un terzo governo consecutivo con maggioranza ancora diverse. Anomalia.

Ricordiamo che nelle elezioni politiche del 2018  si sono confrontati tre schieramenti: il Centrodestra, i grillini e la Sinistra.

La coalizione che ha avuto più voti (vicino al 40%) è stata quella di Centrodestra, alla quale non è stata data la possibilità di cercare una maggioranza in Parlamento. 

Scartata  questa possibilità, si è imposto il ruolo centrale del M5S che aveva raggiunto il 32% dei voti, la maggioranza relativa in entrambe le Camere, espressione di un  voto di protesta contro i disastri del Pd, identificato come il partito della casta, del malgoverno.

 I grillini hanno avuto successo perché contrapposti al PD… col quale  si erano giurati un odio eterno in campagna elettorale….

Giulio Cesare nell’atto di pronunciare la celebre frase verso Bruto (Tu quoque, Brute, fili mi!), che lo colpisce senza guardarlo in faccia, in Morte di Giulio Cesare di Vincenzo Camuccini (1806)

Ma per restare al potere ci si allea col nemico di ieri e ci  si fa dell’alleato di ieri il nemico comune di oggi. Non si va a votare perché i sondaggi danno il nemico vincente nel confronto nelle urne: Anomalia italiana.

La centralità del M5S è stata un’altra  devastante anomalia, per la clamorosa impreparazione dei suoi eletti, per l’assurdità delle loro idee e perché – essendo un voto di pura protesta –  in breve tempo, nel corso  di un anno, il  consenso verso di loro  è crollato nel Paese (infatti si è dimezzato alle europee del 2019). Lo slancio riformatore  che, a volte, un movimento può vantare agli inizi, si é presto dissolto.

Quelli di 5 stelle sono ormai percepiti “come gli altri, se non peggio”.

In uno stato dove la democrazia funziona, se non c’è maggioranza si va a votare, oppure si cerca una soluzione che coinvolga tutte le forze politiche per un governo di salute pubblica.

Prima il Paese, prima l’interesse pubblico. Che i politici facciano un passo indietro!

Alla fine ha prevalso, almeno nelle apparenze, la seconda soluzione attraverso l’insediamento di Mario Draghi, dopo vari tentativi patetici ed imbarazzanti di dare vita ad un Conte TER. 

MD è ritenuto al di sopra delle parti e sul suo nome viene costruita una vasta maggioranza che lo sostiene.

Anche questa è una anomalia italiana, solo nel nostro paese abbiamo un capo del governo che non è espressione dei partiti; infatti non ha mai partecipato  ad una elezione popolare, neppure sappiamo come la pensa, per chi ha votato in passato.

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene (1509-1511) – Stanza della Segnatura, Musei Vaticani ©.

Si fa comunque paladino della Unione europea e dell’atlantismo, si propone di gestire l’emergenza e di avviare alcune riforme per tenere il paese a galla.

La composizione del governo ha provocato comunque una certa delusione, per la scarsità dei componenti di “alto profilo” che si era sperato e per la residua presenza di troppi politici.

Un compromesso con la partitocrazia c’è stato, ma si è evitato il peggio, cioè un governo tutto orientato a sinistra, dove si sarebbe scatenata  l’ingordigia dei partiti, di sinistra, nell’occupare tutte le posizioni di potere possibili in previsione della perdita prevista, dai sondaggi, alle prossime elezioni.

Nei vari passaggi alle camere per ottenere la fiducia, poi largamente ottenuta, abbiamo assistito allo sfaldamento del movimento Cinque Stelle, che ha perso molti  parlamentari al punto di non essere più determinante per la maggioranza: il movimento ha perso la sua centralità.

Il PD ne esce ridimensionato ed è ragionevole prevedere che anch’esso imploderà quando vi sarà una resa dei conti.

Il buon Salvini ha riacquistato autorevolezza per la sua immagine un po’ offuscata negli ultimi tempi; ha accettato la irreversibilità dell’euro conclamata da Draghi. Nella UE comunque ci si deve aspettare una presenza italiana, non più supina e conformista, ma attiva per interessi del paese.  Questo anche grazie alle critiche di Salvini.

L’Italia ore  va ad essere governata da una coalizione che è più rispettosa  degli equilibri politici presenti nel Paese. L’ora è grave, ma può essere la grande occasione, anche in presenza della Pandemia.

Però le forze dell’inerzia sono sempre presenti, per vanificare ogni sforzo, ma anche questa è una anomalia italiana…

Qual’è il colore che il fisco italiano attribuisce al Principato di Monaco? Un po’ bianco, un po’ nero: in sintesi grigio

Pubblichiamo uno scritto del Dott. Crosti, consulente finanziario milanese, specialista in questioni monegasche (dr.crosti@libero.it)

Il Principato di Monaco riesce in una impresa non facile; da un lato a tenere molto bassa la tassazione dei suoi cittadini residenti, dall’ altro a dare agli stessi dei servizi sociali di primo ordine, obbiettivi che spesso sono difficilmente conciliabili, basterebbe considerare l’ Italia, ma anche la Francia.

Conosco l’obiezione che potrebbe essere mossa a questa constatazione: il Principato è un “mini” Stato e quindi non può essere comparato a Stati quali per l’ appunto l’Italia o la Francia la cui struttura economica e sociale, basterebbe pensare al flusso migratorio in entrata, è completamente differente.

Tutto corretto, sono situazioni non comparabili, però mi sorge spontanea una domanda: per quale motivo uno Stato che riduce od in alcuni casi annulla la tassazione delle persone fisiche, pur rispettando i requisiti di trasparenza , deve essere necessariamente visto in modo negativo, come uno Stato o Paese “black”? E se invece fossero i comportamenti di altri Stati ad essere criticabili in quanto incapaci di controllare sia il volume della spesa pubblica, di difficile gestione, sia soprattutto la qualità della stessa ? Ogni riferimento alla bella “penisola ” è puramente casuale, così come è ovviamente casuale il riferimento ai “navigators” !

Foto © El Watan.

Ciò che stride è proprio come il secondo Stato, un po’ spendaccione, giudica il primo Stato, che evidentemente si gestisce meglio, qualificandolo , e trattandolo ancora per alcuni aspetti, come “black”, qualifica questa che comporta all’ atto pratico tutta una serie di conseguenze non di poco conto.

Eviterò di tediare il lettore  esponendo il percorso normativo in un dedalo di norme che occorre intraprendere al fine di pervenire a capire quale sia la precisa collocazione del Principato, nella pagella dei Paesi virtuosi che hanno rapporti con l’ Italia. Occorre dire che però il Principato, in questa collocazione, è in buona compagnia con la Repubblica Elvetica, quindi si potrebbe dire “mal comune, mezzo gaudio”! 

Il riferimento normativo è al  Decreto Ministeriale (D.M.) del 4 maggio 1999, il quale indica la lista degli Stati attualmente ritenuti come privilegiati ai fini dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), lista nella quale sono per l’ appunto inclusi sia la Svizzera sia il Principato. Deve fare riflettere la circostanza che il Decreto in questione sia stato emesso ben 22 anni fa, in un contesto storico completamente differente; forse sarebbe caso di prendere atto che molto acqua è passata sotto i ponti!

Foto © Infodifesa.

Monaco ha intrapreso un percorso verso la trasparenza che ha convinto l’ Unione europea ad annoverarla tra gli Stati “white”, basterebbe pensare agli accordi stipulati per lo scambio automatico delle informazioni aventi rilevanza ai fini fiscali, ciò che rende Monaco, al pari della Svizzera, un Paese collaborativo.

Difatti entrambi gli Stati sono presenti nella lista di cui al Decreto del 17 gennaio 2017 in virtù del quale sono qualificati come “collaborativi”, avendo aderito allo scambio di informazioni a partire dal 2018 (con riferimento all’anno fiscale 2017).

Tale qualifica sembrerebbe “stridere” con quanto è stato analizzato in precedenza in relazione alle persone fisiche, dato che da un lato Monaco è “collaborativo” , dall’ altro però è ancora “black” per via della sua fiscalità, particolarmente attrattiva.

Da quanto precede emerge una situazione di evidente incoerenza e di palese discriminazione dei soggetti che intrattengono rapporti con il Principato in quanto oramai è assodato a livello internazionale che il Principato ha acquisito legittimamente la qualifica di uno Stato trasparente,

 Per quanto invece concerne la discriminazione basterebbe ricordare ad esempio che la mancata indicazione da parte delle persone fisiche di attivi detenuti nel Principato nel “famigerato” quadro RW , finalizzato al monitoraggio degli attivi detenuti all’ estero da soggetti persone fisiche residenti in Italia , ed allegato alla dichiarazione annuale dei redditi, è assoggettata ad un regine sanzionatorio molto più oneroso rispetto al regime applicabile ad esempio per gli attivi non dichiarati detenuti in Francia, oppure che i termini di prescrizione per una azione di accertamento da parte della Amministrazione italiana sono raddoppiati rispetto ai normali termini. A quanto precede aggiungasi anche che un attivo detenuto nel Principato e non dichiarato in modo corretto fa scattare la presunzione che l’ attivo in questione sia stato costituito con fondi sottratti alla tassazione, presunzione non applicabile ad esempio ad una analoga situazione con la Francia .

Foto © Gold Avenue.

Quoi faire” ?

La Svizzera, che si trova nella stessa precisa situazione, sta facendo pressioni sull’Italia affinché la situazione descritta possa venire modificata eliminando la Repubblica elvetica dall’ elenco citato all’ inizio.

 Su questo argomento il Consiglio nazionale  svizzero ha chiesto al governo di Berna di attivarsi presso l’ Italia. Non sono al corrente di iniziative intraprese in questo senso dalle Autorità del Principato, iniziative che potrebbero eliminare finalmente la qualifica di”black” attribuita al Principato, colore che non si giustifica per il solo fatto che il Principato in modo virtuoso non tassa i suoi cittadini! Ma siamo certi che è proprio un comportamento negativo da censurare?  

Evangelizzare in nome della pasta

La pandemia di Covid ha rimodellato drammaticamente i consumi e le abitudini alimentari. Mai come in questo periodo Amazon ha venduto ricettari sul pane, persone che non sapevano nemmeno fare un caffè sono diventate cuochi provetti, piatti che sembravano complicati sono diventati preparazioni di tutti i giorni.

Alla preparazione del cibo viene dedicata la gran parte del tempo libero delle persone costrette a passare la vita in casa: esigenza di sopravvivenza, alternativa ai ristoranti chiusi o semplice passatempo? Comunque fosse, i fatti sono lì. A questa domanda le aziende rispondono in vari modi: take away, piatti pronti, lezioni di cucina on line ecc.

Ma c’è un’azienda sorprendente, creata da un italiano (Alessandro Savelli, di origine genovese) che ha scelto Londra – dapprima lavorando nel settore bancario – per lanciare la sua idea. Che consiste in: “non dare ad un affamato un pesce, ma insegnagli a pescare”. Detto-fatto. Savelli ha inventato un concetto: il kit di pasta fresca. Nella scatola ci sono gli ingredienti e la ricetta per confezionare da soli in pochi minuti una miriade di paste fresche una migliore dell’altra. All’inizio era un’attività artigianale, per poi arrivare, dopo un anno di attività, a distribuito un milione di kit, tutto spedito per posta: tempo di consegna, un giorno.

La start-up ha attirato l’attenzione di un colosso come Barilla, che ha sborsato 40 milioni di euro per acquistarla. E Alessandro è rimasto a dirigerla.

È ora di dare un volto al nome: Alessandro Savelli, in un’intervista rilasciata allo strepitoso blog “Forward Fooding” racconta la storia dell’azienda da lui fondata, Pasta Evangelists (al plurale, perché Alessandro ha un socio, Chris Rennoldson).

Nell’intervista Alessandro spiega come ha iniziato l’azienda e esprime le sue opinioni sul ruolo della tecnologia nell’innovazione alimentare. 

Alessandro, da dove nasce l’idea per la tua azienda FoodTech?

Alessandro: Quando sono arrivato nel Regno Unito, sono rimasto incredibilmente deluso dalle scelte di pasta disponibili – sia in termini di scarsità di pasta fresca, sia per la quantità di pasta fatta a macchina disponibile che era, francamente, un mondo lontano da la pasta con cui sono cresciuto in Liguria. Mi rattristava il fatto che le persone fossero diventate compiacenti delle limitate opzioni disponibili e volevo che gli altri sperimentassero la pasta fresca, proprio come la pasta fatta a mano che ero abituato a fare, fin da bambino, con mia nonna. La pasta è molto più di un ottimo prodotto da degustazione: è un mestiere, richiede abilità e maestria, e noi cerchiamo di insegnarlo attraverso i nostri piatti artigianali. Vogliamo aprire le menti delle persone alla miriade di formati e tipi di pasta in tutte le regioni italiane: come degli evangelisti, appunto. Quando un cliente ordina da noi, lo portiamo in viaggio, trasportandolo in Italia, fornendo una storia delle origini di ogni piatto nella nostra brochure del menu e, spero, entusiasmandolo per l’ottima cucina italiana autentica!

In che modo la tecnologia è al centro della vostra attività?

Alessandro: La tecnologia è alla base del nostro intero modello di business. In qualità di azienda di e-commerce, la tecnologia è un fattore abilitante per noi poiché trasforma il modo in cui i consumatori interagiscono con noi, permettendoci di aprire i punti di contatto che possiamo avere con i nostri clienti. È anche fondamentale per alimentare la nostra crescita a causa dei modi in cui ci consente di comprendere meglio i nostri clienti, consentendo una maggiore personalizzazione e servizio, garantendo così che la loro esperienza con noi sia il più semplice possibile. Essere un’azienda tecnologica è davvero entusiasmante per noi perché è in continua evoluzione e, di conseguenza, ci adattiamo e cambiamo continuamente in linea con ciò che vogliono i nostri clienti!

Perché pensi che sia importante vedere l’industria alimentare abbracciare la tecnologia?

Alessandro: Credo fermamente che abbracciare la tecnologia sia fondamentale per una crescita sostenibile a lungo termine per le aziende dell’industria alimentare. È davvero trasformativo. Non solo in termini di utilizzo nello sviluppo della lavorazione e dell’imballaggio e di efficienze complessive di produzione come il controllo degli sprechi, ma anche nell’esperienza di consumo generale. I gusti e le abitudini di consumo dei consumatori sono in continua evoluzione: con un valore crescente attribuito al tempo e alla convenienza, il modo in cui i consumatori acquistano e mangiano sta cambiando. Consentire ai clienti di ordinare con rapidità e facilità, oltre ad offrire maggiori scelte personalizzate facilitate dalla tecnologia è fondamentale. La tecnologia consente alle aziende che operano nel settore alimentare di rispondere a queste mutevoli esigenze e non riuscire ad adattarsi in linea con tali cambiamenti è in definitiva dannoso per la longevità aziendale. 

Certo, i “puristi” fuori dal tempo diranno che la pasta è buona solo se fatta dalla nonna e il vino fatto di uve spremute con i piedi dal nonno.

M il concetto di Savelli, anche se industriale, rimane profondamente artigianale. E questo è un valore aggiunto di un piatto: dà la soddisfazione di qualcosa fatto con le proprie mani. Ciò che è sorprendente è che la grande maggioranza dei clienti di Pasta Evangelists sono uomini. Forse la ragione è la stessa che sta alla base del fatto che i grandi chef sono (quasi) sempre uomini… Può darsi, fatto sta che sempre più inglesi stanno diventando dei bravissimi “pastaioli”? Grazie ad un italiano che ha scelto l’estero per giganteggiare.