Servono gli scioperi?

Le cronache dal Principato ci segnalano immagini insolite da queste parti del mondo: proteste di salariati di fronte al Grand Hotel Hermitage. La notizia è riportata su Monaco -Matin del 23 Dicembre 2020, vi è una foto che mostra i salariati che esibiscono un cartello di protesta dove sta scritto: “Ciü forti ünseme, viva munegu”.

Che lingua è? È monegasco ! Ricordiamo che il monegasco è lingua nazionale. Viene studiata obbligatoriamente nelle scuole del Principato e può essere portato come materia all’esame di maturità. In questa lingua viene cantato l’inno nazionale ed esortata la squadra di calcio. Daghe Munegu” (forza Monaco, dai Monaco). Il giornale Le Figaro ha perfino dedicato un articolo, nel 2017, per spiegare questa espressione. Altre informazioni sul monegasco si possono trovare in altri articoli del blog e soprattutto nel mio libro. Alla fine di questo articolo si trova una spiegazione più ampia dell’argomento*.

Tonando alla manifestazione  dei salariati abbiamo appreso che è in corso una vertenza fra la SBM e i sindacati in merito al piano di ridimensionamento dell’impresa a causa del COVID 19. I lavoratori non sono d’accordo e da qui è scaturita la vertenza.

Noi non entreremo in merito alla questione, ma cogliamo l’occasione per illustrare ai nostri lettori, soprattutto quelli lontani, come funzionano nel Principato le relazioni fra organizzazioni delle imprese e quelle dei lavoratori

Organizzazione degli imprenditori

Il Principato, pur essendo di dimensioni territoriali limitate, ha tutti i requisiti e le funzioni di uno Stato di grandi dimensioni. Come tale è pertanto strutturato e le piccole dimensioni non limitano gli spazi della sua attività.

Ci sono imprese, imprenditori e lavoratori e, come in ogni Paese democratico che si rispetti, gli imprenditori sono organizzati in associazioni padronali e i lavoratori in sindacati. Non tutti sono associati, ma quelli che lo sono, qualora raggiungano un certo numero di consensi, assumono posizioni di rappresentanza per tutta la categoria.

Così succede anche in Italia: non tutte le imprese sono aderenti alla Confindustria, ma questa, una volta raggiunta una certa consistenza organizzativa, rappresenta il mondo dell’impresa nel suo insieme, soprattutto nei rapporti con le amministrazioni pubbliche e i sindacati.

Creata nel 1945, l’organizzazione degli imprenditori monegaschi si chiama FEDEM – Fédération des Entreprises Monégasques – è l’equivalente monegasca del MEDEF – Mouvement des Entreprises Françaises – l’organizzazione delle imprese francesi.

Alla fondazione il nome dell’associazione era “Fédération Patronale Monégasque”, ma nel febbraio 2014 ha modificato il suo nome in quello attuale. Si è trattato di un evidente contributo al “politicamente corretto” in quanto il termine “patronal” suonava un po’ conservatore e paternalistico e non rispecchiava più la realtà delle imprese monegasche, molte delle quali sono quotate in borsa o filiali di multinazionali. Si tratta di un organismo interprofessionale senza scopo di lucro e si interessa  dei problemi e delle questioni che riguardano i propri associati. È diretto da un “Bureau fédéral”  eletto periodicamente in una assemblea generale dei sindacati padronali affiliati. I sindacati professionali sono una trentina  ai quali si aggiungono 80 membri corrispondenti, che sono aziende associate a titolo individuale per rinforzare la rappresentanza imprenditoriale. Le aziende associate  sono circa 800, di ogni tipo e dimensione, le quali complessivamente danno occupazione  a circa 22.000 persone, sul totale dei 52.000 salariati del Principato.

La FEDEM è l’interlocutore privilegiato delle Autorità monegasche nei riguardi delle imprese; come partner sociale è abilitata a discutere e negoziare l’insieme delle norme relative alla “Convention Collective Nationale du Travail” (il contratto di lavoro nazionale). Gli argomenti in discussione, oltre ai salari e le condizioni  di lavoro riguardano in generale  tutti i problemi dell’impresa, fino ad includere la politica degli alloggi e i trasporti. La FEDEM veglia in permanente affinché non venga danneggiata la competitività delle imprese monegasche, che, ricordiamo, operano spesso in un contesto difficile e conflittuale. In particolare in passato – e tuttora – hanno fatto in modo che l’orario di lavoro non andasse sotto le 39 ore settimanali (contrariamente alla Francia dove sappiamo che l’orario settimanale stabilito per legge è di 35 ore). Sono state evitati eccessive indennità di licenziamento, sono stati tenuti bassi gli oneri sociali, si è fatto in modo che la giurisprudenza del Tribunale del lavoro fosse più favorevole alle imprese. La tutela dell’impresa, ad ampio raggio, è pertanto lo scopo essenziale della associazione.

Oltre a questo vi è la rappresentanza di 200 mandatari della FEDEM che siedono in posti chiave delle varie organizzazioni dello Stato. Elenchiamo uno per uno questi organismi amministrativi, che ci aiuteranno a capire la complessità dello Stato Monegasco e la sua struttura.

  • Conseil Economique  & Social : consiglio economico e sociale, massimo organo consultivo par il governo  quando si devono prendere decisioni  in questi settori: economia, finanza, commercio, turismo e industria. Si compone di 36 persone, 12 designate dal governo per la loro competenza, altre 12 su indicazione della FEDEM e 12 dai sindacati dei lavoratori.
  • Caisse de garantie des Créances des salariés : cassa di garanzia dei crediti dei salariati.
  • Tribunale del lavoro : i componenti di questo tribunale sono 24 designati dai lavoratori e 24 dai datori di lavoro. Il presidente e il vicepresidente sono eletti a maggioranza dalla assemblea. A questo tribunale si dà molta importanza ai fini di garantire la pace sociale. Nel mese di maggio del 2016 é stata celebrata con un certa solennità il 70° anniversario della fondazione, alla presenza del Principe, del governo e di tanti notabili, in un luogo prestigioso, la sala Belle Epoque de l’Hotel Hermitage.
  • Cour supérieure d’Arbitrage, ufficio giudiziario, istituito fin dal 1948, per regolare i conflitti collettivi di lavoro, quando tutte le altre possibilità sono state esaurite.
  • Comité  de Contrôle des Caisses Sociales Monégasques: queste casse sono quattro (CCSS-CAR-CAMTI-CARTI) ed insieme costituiscono il Wellfare State di Monaco, cioè il sistema assistenziale obbligatorio per salariati e lavoratori indipendenti. Viene finanziato da contributi legati ai salari (i cosiddetti oneri sociali), pagati da imprenditori e lavoratori.
  • Comité financier de la Caisse Autonome de Retraite.
  • Association monégasque de Retraite par Répartition.
  • Association Monégasque pour la structure financière.
  • Chambre de développement  Économique de Monaco: questa organizzazione è una grande agenzia per lo sviluppo e il consolidamento dell’economia monegasca, la sua internazionalizzazione e la cura dell’immagine per attirare capitali esteri. Nel 2015, il 14 settembre, si è potenziata e trasformato in Monaco Economic Bord con due bracci operativi: la Monaco Chamber of Commerce e Monaco Invest. Il gruppo dirigente di questo organismo coinvolge tutti i protagonisti delle attività politiche ed economiche del Principato e naturalmente gli imprenditori della FEDEM sono ben presenti.
Hotel Hermitage. ©Foto: VisitMonaco.

 La partecipazione a questi organismi comporta pure la presenza in varie “Commissions Paritaires” che intervengono in merito a tutti i problemi  economici e sociali che possono sorgere a Monaco, e agli eventuali conflitti che possano scaturire.

Gli imprenditori monegaschi che aderiscono alla FEDEM partecipano a vari livelli alla vita economica ed anche politica  del Principato e ne sono dettagliatamente informati mediante una continua comunicazione, sia ad personam sia tramite il proprio giornale Monaco Business News. Fra  tante altre cose possono usufruire di un’assistenza giuridica specialistica in diritto del lavoro, quanto mai necessaria vista la relativa complessità della materia. Hanno diritto ad un accesso privilegiato alla formazione professionale e ai vari contributi governativi previsti a riguardo.

Le imprese rappresentate

La FEDEM rappresenta tutte le imprese, mentre la Confindustria italiana, prevalentemente orientata verso l’industria manifatturiera, non raggruppa commercianti, artigiani e le aziende piccolissime, che sono organizzate in associazioni diverse ed autonome.

Scorrendo l’elenco delle associazioni di imprese aderenti  alla FEDEM ci si rende conto della complessità del tessuto produttivo del Principato. Vediamo quali sono: commercianti ed artigiani, (particolarmente numerosi); aziende collegate alle energie rinnovabili ed alla Ecologia; agenzie immobiliari; orologeria e gioielli; moda (Chambre Monégasque de la mode); assicuratori; yachting; nuove tecnologie; shipping, cioè trasporti marittimi, armamenti battelli di ogni tipo, intermediazione per acquisti e vendite di ogni tipo di imbarcazione; accessori per auto; aziende interinali; agenzie di viaggio; arredamento ed architetture d’interni; agenzie di prevenzione e sicurezza; società di intermediazione e brokeraggio; agenzie di comunicazione: pubblicità e gestione spazi; aziende chimiche e farmaceutiche; grossisti  ed aziende alimentari; trasporti; società di pulizie e manutenzione; aziende produttrici di articoli sanitari; arti grafiche ed affini; attività nautiche   e di canottaggio; trasformazione materie plastiche; metallurgia e lavorazione del ferro; centri di affari. Altre associazioni professionali, nate dello sviluppo dell’informatica, sono in corso di adesione. Non fanno parte della FEDEM e sono raggruppate a parte le aziende edili, di costruzioni e lavori pubblici: Chambre Patronale du Bâtiment (301 aziende e quasi 7000 dipendenti e circa un miliardo di giro d’affari complessivi). Comunque fino al 2012 la la Chambre du Bâtiment ha fatto parte della FEDEM. 

Anche in Italia le aziende edili sono a parte e  associate in “Collegi di Costruttori”. La loro associazione nazionale, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) tuttavia fa parte della Confindustria, pur essendo autonoma.

Problematiche ovvero criticità

Come abbiamo già avuto modo di notare, a Monaco fare l’imprenditore non significa avere vita facile, pur essendo la fiscalità dolce e l’ambiente relativamente favorevole all’impresa. Nel Principato la regolamentazione dei rapporti di lavoro e il peso della burocrazia sono meno opprimenti che in Italia e Francia; le difficoltà dell’impresa sono diverse.

Prima di tutto una cronica carenza di spazio che limita fortemente le possibilità di espansione e l’insediamento di nuove attività;  inoltre  ci sono i problemi dei trasporti, per il grande afflusso di pendolari che ogni giorno ostacola la circolazione spesso intasata per lavori continuamente in corso. L’alto costo degli immobili per abitazione e/o affitto limita l’espansione e rende difficile a volte il reclutamento di personale qualificato, che spesso non è in grado di permettersi di pagare gli affitti elevati delle abitazioni monegasche. 

Negli ultimi  anni la crisi generale a livello planetario  ha colpito anche a Monaco le industrie manifatturiere il cui declino è ritenuto inevitabile ed infatti il numero di operai si è molto ridotto.  Malgrado ciò le imprese di Monaco, nel complesso, hanno aumentato l’occupazione attraverso un ricambio e sostituzione fra operai e tecnici  qualificati. Sfortunatamente non si tratta delle stesse persone e resta il problema di come collocare gli esuberi  eventuali delle aziende manifatturiere.

La fabbrica di cosmetici Coty, sede di Monaco. ©Foto Fashion Network.

Le trattative in corso con l’Unione  Europea sono anch’esse fonte di preoccupazione.

La FEDEM ritiene, a ragione a nostro parere, che il modello Monaco è quello di un successo e che vadano preservati la relativa flessibilità del sistema e la sua specificità. Ma sulla flessibilità i sindacati non sono tanto d’accordo.

I sindacati dei lavoratori

Dal 1944 è attivo a Monaco la USM, Union des Syndicats de Monaco, nato nel secondo dopoguerra durante il periodo di transizione un po’ convulso che ha fatto seguito al ristabilimento della democrazia nel Principato dopo l’occupazione germanica.

Per un breve periodo i comunisti francesi, con alleati monegaschi, hanno esercitato una certa influenza e sono arrivati fino al punto di chiedere l’abolizione del Principato e l’annessione alla Francia.(Vedi Histoire de Monaco, di Thomas Fouilleron a pagina 318). Poi tutto rientrò rapidamente nell’ordine, grazie a De Gaulle, agli americani e soprattutto all’attaccamento dei Monegaschi alla loro Monarchia.

Tuttavia il sindacato si confermò come interlocutore del Padronato e delle istituzioni governative. La USM nasce come affiliata al potente sindacato francese CGT, allora, e ancora, di ispirazione comunista.

La USM aderisce comunque ad un’ideologia di sinistra radicale e  si considera un sindacato di lotta, antagonista nei riguardi del padronato col quale non è possibile alcuna collaborazione in quanto avversario di classe. Ogni accordo eventuale viene considerato una tregua che rispecchia, in un dato momento, il rapporto di forza fra le due classi antagoniste. 

Gli iscritti all’USM sono circa 2.500, su oltre 50.000 salariati del Principato. Da alcuni anni è venuto alla luce un secondo sindacato, la Fédération des Syndicats des Salariés de Monaco, FSSM, che vanta circa 600 aderenti. Questo sindacato si proclama “riformista”.

Entrambe le organizzazioni si ritengono di continuo impegnate nella difesa ad oltranza dell’occupazione e nella richiesta di regolamentare il lavoro ritenuto precario o temporaneo. Comunque l’oggetto maggiore della pressione dei movimenti sindacali riguarda ll superamento dell’art. 6 della Legge n. 729 del 16 marzo 1963 che si occupa di contratti di lavoro, che consente il licenziamento senza motivo. (Le contrat de travail à durée indéterminée – CDI – peut toujours cesser par la volonté de l’une des parties. Il prend fin au terme du préavis).

E gli italiani?

Come abbiamo avuto modo  di parlare in altre occasioni, gli imprenditori italiani di Monaco hanno promosso, dal 2003, l’Associazione degli Imprenditori Italiani del Principato di Monaco : A.I.I.M. (www.aiim-asso.mc). Non si tratta di una associazione che offre servizi: svolge attività culturale, di relazione e di comunicazione a sostegno a tutte le iniziative economiche che interessano gli italiani e l’Italia nel suo complesso, favorendo inoltre interazione e contatti.  Comprende oltre 200 associati ed accoglie  anche professionisti ed aziende non ubicate a Monaco, ma che hanno prospettive di investimento, lavoro ed interessi nel Principato.

La AIIM, aderisce tramite la sua pubblicazione, Monaco Imprese, al SYCOM, Syndicat Monégasque de Professionnels de la Communications, che a sua volta fa parte della FEDEM.

Tuttavia aziende a presenza e direzione italiana sono numerose iscritte alla FEDEM e molti italiani occupano posizioni direttive all’interno di sindacati padronali. Ricordiamo che secondo alcune ricerche le aziende con prevalente capitale italiano rappresentano circa più di un terzo delle attività economiche del Principato.

Nel marzo 2016 è stato firmato, solennemente, un accordo di cooperazione fra il MED ( Monaco Economic Board, già CDE, www.meb.mc) la stessa AIIM e un nuovo soggetto italiano, Sportello Italia, impresa  di servizi finalizzata all’assistenza di aziende italiane  già operanti nel principato o desiderose di installarsi.(www.sportelloitalia.com)

La stampa locale, soprattutto Monaco-Matin (03.03 .2016) ha dato un  certo risalto all’avvenimento per sottolineare il sempre costante sviluppo delle relazioni con l’Italia.

*Il Monegasco, la lingua nazionale

Monaco ha una lingua ufficiale – il francese – e questo fatto è stabilito nella Costituzione (art 9): “La langue française est la langue officielle de l’Etat”.

Fino al 1860 la lingua ufficiale di fatto era stata l’Italiano  anche se non c’era allora una Costituzione che lo stabilisse. Nel 1860  con l’annessione della Contea di Nizza alla Francia, insieme Mentone e Roccabruna, sui quali il principe di Monaco accampava diritti, queste terre diventano parte dell’allora Impero francese e il francese ne è unica lingua ufficiale. L’Italiano continuava a sopravvivere nelle scuole e grazie all’immigrazione di lavoratori  venuti numerosi dal Piemonte e dalla Liguria attratti dalle opere imponenti che avrebbero dato vita a Monte-Carlo.

Tuttavia questi immigrati, che non erano andati a scuola, non parlavano italiano; ma i loro dialetti, liguri o piemontesi, erano molto simili al monegasco, più facile da imparare che il francese. Anche i monegaschi allora fra di loro parlavano il dialetto, l’italiano e il francese era accessibile solo a chi aveva studiato. Così la comunità di parlanti il monegasco si accrebbe grazie all’apporto di nuovi venuti e il massimo di questa espansione si ebbe a cavallo fra il 1800 e il 1900. Nel nuovo comune di Beausoleil, scaturito nel 1904, dalla secessione da La Turbie, divenne la lingua di uso comune.

©Foto: Altritaliani.

Le cose poi cambiarono, Monte-Carlo ebbe un grande sviluppo turistico, urbanistico ed economico, divenne il luogo preferito di villeggiatura delle élite di allora. La popolazione aumentò di molto,  era di 1.200 anime nel 1861 e 15.500 nel 1903. I servizi e le esigenze del pubblico cosmopolita si fecero sempre più raffinati e costosi. La  scolarizzazione di massa e la frequentazione di persone di alto livello sociale e culturale, provenienti da tutta l’Europa, portarono alla veloce introduzione del francese anche come lingua d’uso corrente e popolare.

La pratica del dialetto, che allora non aveva alcuna dignità culturale e veniva considerato un ostacolo sociale a carriere ed impieghi, divenne limitato e si restrinse alla popolazione della Rocca  dove vivevano i monegaschi autentici, avviati a divenire una minoranza nel loro Paese.

Bisogna arrivare agli anni Venti del ‘900 affinché inizi un processo di reazione al declino definitivo della parlata monegasca. Nasce il Comitato nazione della tradizione monegasca (Cumitau Naçiunale de Tradiçiue Munegasche) ed alcuni intellettuali scrivono in monegasco (Louis Notari: “A legenda de Santa Devota”. Santa Devota è la patrona del Principato, l’opera di Notari viene considerata il poema nazionale.

Notari (1879 – 1961) fu il vero artefice della rinascita  della lingua, scrisse pure l’inno nazionale. Ingegnere ed architetto diplomato al Politecnico di Torino, non ricostruì solo la lingua, ma tante parti del Principato e partecipò attivamente alla vita politica. Nel secondo dopoguerra, negli anni Settanta, la lingua monegasca viene introdotta obbligatoriamente nelle scuole del Principato, dove, naturalmente si studia in francese, ma sono obbligatori l’inglese e il monegasco. Sono pure previste altre due lingue straniere, una di queste è di solito l’italiano. A nostro avviso, l’italiano non dovrebbe essere considerata lingua straniera in quanto fa parte del patrimonio storico del Principato, molto vicino alla parlata locale.

Louis Notari, il padre della letteratura in lingua monegasca. ©Foto: Monaco

Il monegasco è pertanto una lingua italica o più esattamente gallo-italica, l’erede della parlata dei genovesi che occuparono la Rocca nel lontano 8 gennaio 1297. La lingua si è preservata fino ad oggi anche se vi sono stati cambiamenti, modifiche e interazioni con le parlate circostanti; nei luoghi vicini non si parlavano dialetti liguri ma provenzali, definiti dai linguisti liguri-provenzali. Simili ma non uguali e non sempre intercomprensibili.

La lingua di Genova ha avuto nei secoli una grande diffusione grazie al dinamismo dei suoi mercanti, banchieri e marinai. In Corsica, in Sardegna vi sono località dove ancora lo si parla. In passato è stato presente in Tunisia, a Gibilterra. Il dialetto di Buenos Aires è stato infarcito di parole liguri. Lo si parla ancora a Genova e in Liguria, ma non possiamo prevedere per quanto tempo ancora.

C’è chi si batte per la sua sopravvivenza, ma solo a Monaco ha acquisito dignità letterarie e uno status di lingua nazionale. Vi sono pure dizionari, grammatiche, fumetti di Tintin, reperibili alla FNAC di Monaco e un libro sul Papa, “Joseph e Chico” ün gato chœnta a vita de Papa Benedetu XVI” pubblicato dalla Liamar Editions Monaco, reperibile presso la casa editrice. 

Lingua italica dunque, l’alfabeto è composto di 23 lettere, le stesse della lingua italiana e non vi sono pertanto le lettere k, w e x. Le vocali si pronunciano come in Italiano quindi la “u” si pronuncia u non ü come in francese. La “e” e la “o” sono in generale più chiuse che aperte. Esiste il suono “û”. I dittonghi si pronunciano come in Italiano, cioè distaccando i suoni delle singole vocali, quindi aiga, che vuol dire acqua, si dice a-i-g-a. Anche le consonanti si leggono come in italiano. C’è qualche problema con la pronuncia della “r” fra due vocali. La pronuncia esatta può essere recepita solo da un monegasco che parli monegasco. La “j” si pronuncia invece come in francese. La “c” ha anche il suono “ç”  vedi  “tradiçiun”. L’accento tonico è di solito sulla penultima sillaba. 

Potete ora leggere correttamente e tranquillamente: “U luvu perde u pûu ma non u viçi”; 

Siccome è facile, non ne diamo la traduzione.

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