Il Convegno di Mentone è stato un grande successo

Unire gli expat italiani: una priorità di Alter Italia

La conferenza stampa

Il Convegno “Italia Eterna”, promosso da Mauro Marabini nel quadro delle attività di Alter Italia, ha concluso i lavori domenica 18 settembre.

I relatori, arrivati a Mentone (al Palace des Ambassadeurs dove si è svolto il Convegno) da diversi Paesi europei e dagli Stati Uniti, , hanno aggiunto preziosi pezzi ad un puzzle di idee, attività, riviste, libri e siti che hanno un denominatore comune: fare conoscere e amare l’Italia fuori dai confini nazionali.

In questo contesto, gli expat, termine anglo-sassone che non significa “emigrato”, ma “espatriato”, “residente all’estero”. Ed è ciò che sono questi uomini e donne che hanno scelto il mondo come luogo in cui vivere e lavorare, ma che si portano dentro l’Italie ed i suoi valori culturali impareggiabili, facendoli amare anche da coloro che incrociano la loro strada.

Per loro il tragitto dalla Madre Patria al Paese estero è un viaggio mirato verso una meta definita, la permanenza all’estero è un modo di diffondere le bellezze e l’importanza dell’Italia.

Tutto questo è stato ben sottolineato nelle varie conferenze e interventi che il Convegno ha ospitato.

Mauro Marabini al Convegno. Foto© LMM

Mauro Marabini ha fatto una panoramica della grandeur culturale dell’Italia che non è di oggi, ma ben di prima: è cominciata con l’epoca romana, un periodo in cui gli antenati degli Italiani di oggi hanno costruito strade, ponti e viadotti dai Pontus Euxinus (il Mar Nero), all’Albione (Regno Unito di oggi), passando per i vari Paesi europei. Una supremazia culturale che inizia già allora, con la lingua, i costumi e le costruzioni e continua oggi con la gastronomia, il design, l’industria, lo sport, il cinema e chi ne ha più ne metta. 

Marabini ha spiegato anche che il patriottismo, “sonnolente” in patria, diventa forte e vivo quando si vive all’estero. E come potrebbe essere diversamente? 

P. Jean-Robert Armogathe

Ascoltando la conferenza di Padre Jean-Robert Armogathe, direttore della rivista Communio e fondatore dell’Académie Catholique de France, ci rendiamo conto anche dell’influenza politica che hanno avuto in Francia dei personaggi italiani notevoli come Mazarino o Caterina de’ Medici.

Andrew Cotto

Andrew Cotto, autore pluripremiato e giornalista di New York Times, ha spiegato la gastronomia italiana e l’importanza che ha negli Stati Uniti, dove lui è nato da genitori italiani. Così come Josephine Maietta, presidente della Association of Italian American Educators (AIAE) che ha parlato del grande ruolo che ha l’insegnamento della lingua italiana negli Stati Uniti. 

Cav. Josephine Maietta. Foto© We the Italians

Sulla stessa lunghezza d’onda sono stati anche Mons. Salvatore Cordileone, arcivescovo di San Francisco e italo-americano di seconda generazione, che ha parlato di cosa vuol dire avere radici italiche negli Stati Uniti.

Mons. Salvatore Cordileone

Sempre dagli USA è arrivata anche la scrittrice italo-americana Elizabeth Bettina Nicolosi che ha condiviso la sua scoperta di un campo di concentramento anomalo, situato in un paesino della Campania (chiamato Campagna, vicino ad Eboli), durante la seconda guerra mondiale, in cui i prigionieri ebrei erano trattati umanamente grazie al popolo italiano.

Elizabeth Bettina Nicolosi

Da Londra ha partecipato Francesco Ragni, direttore della rivista Londra, Italia, che ha descritto la vita degli italiani che vivono e lavorano in Gran Bretagna.

Francesco Ragni

L’Italia è stata rappresentata da due esperti in materia di espatriati: Delfina Licata, curatrice del Rapporto degli Italiani nel Mondo, edito dalla Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana (nonché autrice del libro  “L’Italia e i figli del vento”, Donzelli Editore) e da Giovanni Bocco, giornalista del TG1 e scrittore, autore dello straordinario libro “Il Manoscritto di Italicus”, Rubettino Editore.

Giovanni Bocco
Delfina Licata

Il Convegno è stato moderato da Armando Torno, editorialista di Sole 24Ore e Corriere della Sera.

La stampa internazionale era ben presente, proveniente da 18 Paesi.

Anche la parte conviviale del Convegno è stata un inno all’Italia, con una cena di gala intitolata “Viaggio in Italia”, dove ad ogni piatto è stato abbinato il vino giusto, spiegato dalla sommelier Laura Marsotto di Monte-Carlo.

L’ultimo giorno del Convegno è stato dedicato al turismo ed alla vista del villaggio medievale di Dolceacqua, in Italia, vicino al confine francese.

Armando Torno

È stata annunciata anche la presenza della stampa italiana all’estero in uno stand comune che sarà presente al Salon du Livre Spirituel des Rivieras a Mentone, il 15 e 16 ottobre 2022.

Mauro Marabini ha concluso i lavori annunciando la creazione di una piattaforma che sarà usata da questo network che si sta formando tra le varie realtà italiche, per dare ancora più significato all’italicità e rinnovando l’invito ai presenti di partecipare al prossimo Convegno che avrà luogo nel 2023 sempre a Mentone.

Sognando l’Africa

di Anna Bono

Kuki a casa.

Per qualcuno, e forse per molti, Kuki Gallmann è un personaggio di fantasia, la protagonista di un bel film del 2002, Sognando l’Africa, interpretato dall’attrice Kim Basinger. Ma Kuki invece esiste, è una persona reale. È italiana, nata a Treviso, e vive in Africa da 50 anni, da quando cioè nel 1972, all’età di 29 anni, si è trasferita con il marito Paolo e con il figlio, il piccolo Emanuele nato da un precedente matrimonio, in una tenuta di 100.000 acri acquistata in Kenya: il Ranch Ol ari Nyiro, situato a nord della capitale Nairobi, sul bordo orientale della Rift Valley. 

È li che Kuki abita anche adesso, insieme alla figlia Sveva. Paolo ed Emanuele invece non ci sono più. Paolo è morto nel 1980. Era andato sulla costa a ritirare una culla di legno intagliato commissionata a un artigiano locale per Sveva che stava per nascere. È deceduto in un incidente d’auto sulla strada Mombasa-Nairobi. Tre anni dopo è morto anche Emanuele, che aveva solo 17 anni, ucciso dal morso di un serpente velenoso. Nel loro ricordo Kuki ha istituito l’organizzazione no profit Gallmann Memorial Foundation.  

Kuki e Sveva

Kuki e Sveva hanno fatto di Ol ari Nyiro una riserva faunistica, la Mukutan Conservancy, dove vivono centinaia di elefanti, bufali, zebre, antilopi e gazzelle; e ancora, ghepardi, leopardi e leoni – i grandi predatori della savana – e innumerevoli varietà di uccelli. La riserva è aperta ai visitatori ai quali si offrono le emozioni dei game safari su jeep e a piedi. Per ospitarli è stato costruito il Mukutan Retreat, un lodge realizzato fondendo stile coloniale, a sua volta sintesi di culture – inglese, indiana, araba, swahili… – e soluzioni architettoniche pensate per integrare gli edifici nella natura e limitarne l’impatto ambientale. I cottage sono modellati nella roccia e arredati con mobili e oggetti da tutto il mondo in una sintesi squisita.

“Questa è l’Africa, e la più selvaggia, indisturbata e imprevedibile – si legge nelle brochure che descrivono la riserva – ogni desiderio è curato nei minimi dettagli, il Mukutan Retreat fa sentire i propri ospiti come se fossero su un mondo a parte, indimenticabile, un tempio della natura”.   

Ma quello che non tutti i visitatori sanno quando lasciano la riserva, forse già come Ernest Hemingway pervasi di nostalgia d’Africa e desiderio di ritornare, è che la Mukutan Conservancy, questo tempio della natura al quale Kuki e Sveva Gallmann hanno dedicato tutta la vita, per esistere ha bisogno di essere difesa da un esercito di ranger armati.

In Kenya, come in gran parte dell’Africa, la fauna selvatica, un patrimonio dell’umanità, è sotto costante, duplice minaccia: di essere decimata dai bracconieri, che riforniscono di zanne, corni di rinoceronte, pelli di pangolino gli insaziabili mercati asiatici, e di essere privata dell’habitat dai pastori transumanti, che invadono parchi e riserve con le loro mandrie. 

Da sempre gli africani integrano con la caccia le loro tradizionali economie di sussistenza. Ma a uccidere gli animali selvatici a milioni adesso sono i bracconieri che agiscono in bande, dotati di fuoristrada, armi sofisticate, sistemi satellitari per individuare gli animali, persino di fucili con silenziatori e costosissimi visori notturni infrarosso di terza generazione, e sono collegati alle reti internazionali del contrabbando di prodotti della fauna selvatica, un commercio illegale che può fruttare anche 23 miliardi di dollari in un anno. Al chilogrammo i corni di rinoceronte valgono più di 90.000 dollari, le zanne di elefante da 1.000 a 1.500 dollari. L’incuria, la connivenza e, troppo spesso, la complicità di funzionari, politici, militari consentono ai bracconieri di agire su vasta scala. Attratti dai profitti elevati, anche alcuni dei gruppi jihadisti che infestano il continente sono entrati nel traffico. Gli al Shabaab somali affiliati ad al Qaeda, ad esempio, ricavano dal contrabbando dell’avorio, frutto del bracconaggio in Kenya, fino al 40 per cento dei fondi con cui si finanziano. L’agenzia di informazione Maisha consulting per questo ha coniato uno slogan: “il jihad africano: prima massacra animali innocenti e poi fa strage di persone innocenti”. 

I pastori e il loro bestiame rappresentano l’altra minaccia: non solo alla fauna selvatica, ma anche ad alcuni degli ecosistemi africani più fragili e alla biodiversità, oltre che alla sicurezza delle comunità contadine con cui entrano in competizione per il controllo di terre fertili e punti d’acqua. Quello tra tribù di pastori e di agricoltori è uno conflitto plurisecolare, dalle sorti alterne. In passato spesso è stato vinto dagli agricoltori, più forti per numero e risorse. Poi qualcosa è cambiato. In tutta la fascia sub-sahariana i pastori, che appartengano alla grande famiglia etnica dei Fulani-Peul dell’Africa occidentale e centrale o alle tribù nilotiche – Samburu, Maasai, Pokot… – che popolano le savane dell’Africa orientale, hanno sostituito lancia, arco e frecce con gli AK47 e con altre armi moderne. Per i pastori africani il bestiame è anche un fondamentale simbolo di status. Per questo cercano di moltiplicare il numero di capi in loro possesso, anche oltre il limite della sostenibilità ambientale. Le armi servono a rubare capi di bestiame, attaccare e incendiare villaggi di contadini costringendo gli abitanti a trasferirsi altrove e assicurarsi nuovi e più vasti territori in cui far pascolare le mandrie. In Kenya difficilmente riescono a sconfinare nelle regioni ben coltivate dalle etnie dominanti Kikuyu e Kamba e allora entrano con le mandrie nelle riserve faunistiche. Pur sapendo il danno che infliggono al paese, in cui il turismo è una delle principali voci di bilancio, dei leader politici li istigano a farlo, gridando all’ingiustizia, per ottenere consenso politico e voti.

Kuki Lodge

Per i bracconieri la Mukutan Conservancy è una ricca concentrazione di animali selvatici a cui attingere, se solo non fosse così ben custodita da ranger armati. Per i pastori è una quantità di acqua e pascoli a portata di mano, ma inaccessibili, di cui non vedono l’ora di appropriarsi. Gli uni e gli altri vogliono liberarsi di Kuki Gallmann e della Mukutan Conservancy, disposti a tutto, anche a uccidere. 

Hanno provato più volte a minacciare Kuki per indurla ad andarsene. Nel 2017 ci sono quasi riusciti. La mattina del 23 aprile 2017 Kuki è stata vittima di un agguato. Giorni prima, decine di uomini armati avevano attaccato la sua proprietà ed erano riusciti a incendiare uno dei cottage del lodge. Solo per miracolo i proiettili non avevano colpito la figlia Sveva accorsa sentendo grida e spari. Quella mattina, accompagnata dal personale del Kenya Wildlife Service e da alcuni suoi ranger, Kuki era andata a fare un sopralluogo dei danni subiti. Prudentemente, come di consueto, stavano tornando indietro per una pista diversa da quella percorsa all’andata. Ma a un certo punto hanno trovato la strada sbarrata da un albero caduto e sono stati costretti a fermarsi. Allora tre uomini sono sbucati dalla boscaglia e hanno aperto il fuoco. Kuki è stata ripetutamente colpita all’addome. Trasportata d’urgenza all’Aga Khan Hospital di Nairobi, è stata sottoposta a un lungo e delicato intervento chirurgico. Per settimane si è temuto per la sua vita. Sono trascorsi mesi prima che potesse tornare a casa. L’attentato – non si è saputo se gli autori fossero bracconieri o pastori – l’ha spaventata, ma l’ha resa ancora più determinata a proteggere la sua riserva naturale. 

Quattro anni dopo, il 13 maggio 2021, Kuki era alla guida della sua auto quando di nuovo è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco sparati da un gruppo di pastori entrati di nascosto nella riserva. Ferita a una gamba, sotto il ginocchio, è stata ricoverata in un ospedale della capitale e sottoposta a un intervento chirurgico. Per delle serie complicazioni sopravvenute, ha potuto lasciare l’ospedale solo dopo tre mesi e ancora una volta è tornata a casa.

“Ha la grazia di una aristocratica italiana e la volontà inarrestabile di un branco di elefanti – ha scritto di lei la produttrice cinematografica Allyn Stewart – combatte per gli animali come fossero suoi figli, tratta e media con le tribù in conflitto come se fossero la sua famiglia e si prende cura della terra come se fosse lei stessa Madre natura. Lei e sua figlia Sveva hanno fatto della conservazione della natura e della fauna selvatica la loro missione”.  

“I veri monumenti – dice Kuki – non sono più Firenze e Venezia. Tutto ciò che è fabbricato dall’uomo può essere in qualche misura rifatto. L’elefante, il rinoceronte, le foreste, le sorgenti naturali… una volta persi, sono persi per sempre”.    

Kenia evidenziata sulla mapa dell’Africa.

Lingua italiana nel mondo, analisi e prospettive

Riceviamo e pubblichiamo l’ottimo articolo del giornalista Luca Caruso.

“Qual è la condizione reale della lingua italiana nel mondo? O, per meglio dire, quale posto occupa la nostra lingua nella attuale società caratterizzata principalmente da scambi economici, commerciali, culturali, perennemente connessa e interdipendente, in una parola, globalizzata?”.

È la domanda con la quale si apre il volume “Italiano 2020: lingua nel mondo globale. Le rose che non colsi…”, realizzato per conto dell’Istituto di Studi politici San Pio V di Roma – che da cinquant’anni è impegnato nello studio della società italiana e delle dinamiche che muovono lo scenario internazionale – e pubblicato dall’Editrice Apes a cura di un comitato di specialisti ed esperti composto da Benedetto Coccia, Massimo Vedovelli, Monica Barni, Francesco De Renzo, Silvana Ferreri, Andrea Villarini.

La ricerca, nata da un’idea del linguista Tullio De Mauro, analizza la diffusione della lingua italiana nel mondo e il suo intrinseco legame con gli aspetti culturali, economici, sociali e politici. In questa prospettiva, lo studio si propone di fornire un quadro della situazione della lingua italiana nel mondo e un’analisi della sua posizione nell’attuale società globalizzata, attraverso le testimonianze di coloro che sono coinvolti direttamente sul campo. Si tratta di docenti, enti di formazione, imprenditori, direttori di istituti di cultura, associazioni culturali e professionali, che hanno permesso di svolgere un’attenta analisi e di elaborare proposte di intervento per tutti gli attori implicati nella politica linguistica e culturale italiana in prospettiva internazionale.

L’indagine ha avuto un carattere spiccatamente qualitativo: i numeri su chi studia l’italiano nel mondo sono noti e facilmente reperibili in rete. Non bastano, però, a spiegare la variegata situazione, le diverse posizioni che l’italiano assume entro il mercato globale delle lingue, le conseguenze delle dinamiche globali sui pubblici e sulle loro motivazioni al suo apprendimento.

Nei decenni recenti sono infatti intervenuti profondi cambiamenti sia nel sistema formativo italiano, sia nella dialettica fra le lingue in quanto possibili oggetti di interesse per gli stranieri. Sono emersi nuovi profili professionali legati al sistema della formazione e all’industria culturale delle lingue, nuovi sistemi di comunicazione si sono imposti nel mondo globale.

Per questo motivo, la ricerca si presenta con un approccio nuovo rispetto agli studi precedenti e si conclude con una serie di proposte operative elaborate in sette punti, per una strategia di rilancio dell’italiano nel mondo.

Come reagiscono, quindi, l’italiano e il suo sistema formativo in Italia e all’estero a tali cambiamenti?

L’indagine promossa da De Mauro ha individuato più di 150 testimoni che operano nel mondo in vari ambiti connessi con la diffusione della lingua e della cultura italiane. Gli intervistati hanno fornito un quadro che l’indagine ha cercato di ricomporre sia nei suoi aspetti positivi, sia nei punti che mostrano criticità che vanno affrontate rapidamente ed efficacemente.

Gli stranieri guardano all’italiano e al suo spazio linguistico e culturale perché è un terreno di valori, di sensi non alternativi, ma certamente complementari a quelli “di plastica” e massificati del mondo globale.

Lo spazio dei linguaggi, delle culture e delle lingue d’Italia nel mondo è un terreno dove si recuperano valori importanti: il senso del gusto e del buon gusto, della bellezza, del rapporto autentico con la natura, il senso di un modo intenso e profondo di stare insieme, le forme di una socialità che riscopre i valori umani. Lo spazio linguistico e culturale italiano è il luogo dove la lingua, le lingue sono forme culturali, porte di accesso al patrimonio di cultura intellettuale e alle forme della cultura materiale così come questa è cercata e reinterpretata attraverso le visioni del mondo contemporaneo.

L’italiano è, così, lingua di cultura, lingua di culture, lingua di autentiche e profonde relazioni sociali, ma anche strumento e forma della nostra economia e del suo made in Italy.

Immagine da un libro del 1905, per lo studio dell’italiano in America.
Wehman Bros Harry Houdini Collection (Library of Congress)

Ciò che anzitutto emerge dallo studio è l’esistenza di uno “spazio linguistico italiano globale”, un fenomeno certamente variegato e complesso, contraddistinto dalla sopravvivenza di “italiani regionali”, parlati dagli emigrati di prima generazione e inevitabilmente legati all’evoluzione delle comunità italiane, e da neoformazioni linguistiche, derivanti dall’incontro tra le lingue portate dall’Italia e le lingue del territorio ospitante.

E, in secondo luogo, la forza della cultura e della lingua come protagoniste e veicolo primario per la conoscenza e la diffusione dell’italianità nel mondo: un sistema integrato lingua-cultura-economia-società, forte di eccellenze italiane riconosciute universalmente negli ambiti più diversi: dalla filiera agroalimentare alla moda, dalla musica (due nomi su tutti: Luciano Pavarotti ed Ennio Morricone) all’automobilismo (si pensi alla Ferrari), dall’architettura allo sport alla letteratura, classica e contemporanea. Una presenza che ha quindi superato la semplice diffusione di una lingua e che vive di una propria forza propulsiva, grazie alle diverse espressioni, ovunque apprezzate, del made in Italy.

Il volume “Italiano 2020: lingua nel mondo globale. Le rose che non colsi…” è stato presentato a Roma, nella Sala Conferenze di Palazzo Theodoli Bianchelli, una delle sedi della Camera dei Deputati, lo scorso 4 maggio, in un incontro promosso dalle deputate Angela Schirò, membro della Commissione Politiche dell’Unione Europea, e Lucia Ciampi, membro della Commissione Affari costituzionali.

Quest’ultima ha spiegato il senso della ricerca, definendola “molto importante e innovativa”, notando che essa intende studiare il fenomeno linguistico in Italia e “vuole illustrare la condizione reale della lingua italiana nel mondo attraverso un’analisi non solo quantitativa ma anche qualitativa”. È infatti necessario “capire dove si parla l’italiano, chi lo insegna, chi lo studia, perché e dove”. La ricerca, pertanto, “parte dal basso” e mira a “comprendere le dinamiche della diffusione, verificando l’efficacia delle strategie e delle politiche linguistiche in uno scenario di globalizzazione in costante evoluzione”. Per farlo, “è stato necessario interrogare i protagonisti dell’italiano nel mondo: docenti, studenti, imprenditori e associazioni italiane all’estero. Un lavoro ampio grazie al quale sono state elaborate alcune proposte per il rilancio culturale della lingua italiana nel mondo”.

Angela Schirò ritiene sia “opportuno e utile ridimensionare l’enfasi dello straordinario e inaspettato successo dell’italiano all’estero, che si riassume spesso nello slogan, mai veramente documentato, della quarta lingua più studiata al mondo, indagando più a fondo il fenomeno”.

Riferendosi al Covid, Schirò ha rilevato che “molti di noi hanno la sensazione che l’arrivo della pandemia, con la didattica a distanza, abbia lasciato conseguenze sulla stessa didattica e su alcuni enti gestori di corsi di lingue meno attrezzati”. “Se a ciò  si aggiungono le difficoltà che la transizione regolamentare dal precedente (ex Legge 153, relativa a ‘Iniziative scolastiche, di assistenza scolastica e di formazione e perfezionamento professionali da attuare all’estero a favore dei lavoratori italiani e loro congiunti’) al nuovo sistema sta comportando per diversi attori attivi in questo settore, credo che si rafforzino l’esigenza e l’urgenza di ridefinire il quadro generale della nostra lingua nel mondo” ha affermato Schirò, sottolineando, tra l’altro,  come “dopo la crisi globale del 2008 si sia aperto un ampio mercato dell’insegnamento delle lingue e come questa ricerca offra una visione più complessiva di quanto sinora praticato”.

“Abbiamo bisogno di concretezza sulla situazione della nostra lingua nel mondo e sulle sue prospettive”, l’appello della deputata, che ha voluto anche sottolineare come la ripresa dei flussi di emigrazione all’estero abbia posto nuove sfide. Al giorno d’oggi, infatti, “non c’è più l’idea di tornare in Italia per i figli degli emigrati. Ma è l’opzione multilinguistica a essere consapevolmente perseguita. Quindi sono tanti gli interrogativi ai quali dobbiamo rispondere, sia per l’emigrazione che riguardo all’immigrazione e ai figli di chi entra nel nostro Paese”.

Monica Barni, dell’Università per stranieri di Siena, ha notato come questa sia “una ricerca che nasce dall’ascolto”, una capacità cara al professor Tullio De Mauro, cui si deve la volontà di questo lavoro. “Attraverso l’ascolto dei professionisti della lingua nel mondo, in questa ricerca abbiamo portato suggerimenti che arrivano da chi è in trincea nell’insegnamento dell’italiano”.

Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi politici San Pio V, ha messo in rilievo l’importanza di impostare un “discorso sistemico, poiché è un argomento che passa dalla cultura, all’economia e alla politica. La lingua è un processo identitario e può anche esser conflittuale”. “La ricerca empirica sugli operatori – ha aggiunto – è importante perché c’è un’unione tra il momento linguistico e quello economico, sociale e politico. E pone le basi per un discorso che noi vogliamo sviluppare, perché arricchisce noi stessi e può contrassegnare la vita del nostro Istituto”.

Massimo Vedovelli, dell’Università per stranieri di Siena, è entrato nello specifico del progetto, che si differenzia dai lavori di ricerca realizzati in passato, in cui si puntava principalmente su un approccio quantitativo. Ne emergevano dati che “vedevano la nostra lingua stare in buona salute in termini di nuovi corsi e nuovi studenti, con il 24 per cento degli allievi che dichiarava di avere interesse nella lingua per motivi di lavoro. Ma poi si è registrato un rallentamento di nuovi iscritti durante la crisi del 2008-2010. Una crisi non solo dell’italiano, ma anche delle altre lingue. Però, dopo qualche anno, le altre lingue sono tornate a crescere, mentre l’italiano no. Avevamo tanti dati quantitativi, ma dovevamo capire il modello. E dunque è partita un’analisi qualitativa, andando a parlare con i professionisti. Abbiamo realizzato interviste a 153 testimoni privilegiati: insegnati, stranieri, intellettuali e imprenditori”, ha spiegato.

E alla fine la ricerca getta un piccolo allarme sulla questione futuro: c’è infatti un “grande patrimonio di proprietà intellettuale che rischia di non avere presa nel domani. Una situazione molto fluttuante e molto diversificata. Una situazione di incapacità di fare sistema”. Secondo Vedovelli, è necessario “mettere mano al quadro normativo. Per anni c’è stata una sola legge, è ora di fare di più, c’è necessità di uno sforzo, dobbiamo tenere i piedi in tante staffe, senza fermarsi a una visione retorica dell’italianità”. L’italianità, infatti, anche dal punto di vista linguistico, “richiede strumenti, che significano investimenti di sistema. E bisogna utilizzare anche gli strumenti nuovi. Siamo in un forte ritardo rispetto alle altre lingue”. Per questo, in vista di una “ripartenza del Paese occorrerebbe ragionare non tanto in termini di ripresa dell’export dei prodotti italiani, quanto in termini di internazionalizzazione dell’intero Sistema Italia, partendo proprio dall’insegnamento della lingua italiana, all’estero come in Italia”, ha proposto Vedovelli.

È quindi intervenuto Alessandro De Pedys, vicedirettore generale per la Diplomazia pubblica e culturale e direttore centrale per la promozione della cultura e della lingua italiana del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale. “Noi sappiamo che la lingua è l’essenza del nostro patrimonio culturale, ma è anche un veicolo”, ha osservato. Nonostante “i problemi”, “l’italiano continua a rappresentare un polo di interesse per diverse ragioni. Si parla spesso di Italia come superpotenza culturale, e non c’è dubbio che nel mondo l’italiano è conosciuto attraverso la cultura. Sulla base dei nostri dati, sono circa 2 milioni gli studenti italiani. La Farnesina contribuisce con circa 430mila studenti tra Istituti italiani di Cultura nel mondo, scuole statali e paritarie e corsi degli enti gestori. Sono numeri importanti, che vanno consolidati e incrementati. ‘Italiano2020’, oltre a fornire dati su chi, dove, per quanto tempo, studia l’italiano, sottolinea la grande diversità in cui operiamo. Per questo noi vogliamo lavorare facendo sistema, facendo rete. Stiamo lavorando tenendo conto delle diverse realtà in cui operiamo. L’idea – ha concluso De Pedys – è di muoversi su diversi binari. Attraverso un impegno condiviso possiamo fare dell’italiano una lingua globale”.

Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri, ha fatto riferimento al “mercato globale delle lingue”. E la lingua italiana, a suo parere, deve essere intesa “in termini economici”. Occorre però “essere in grado di rinnovare l’offerta, anche in modo digitale, decuplicata durante la pandemia. Dobbiamo credere di più a un’Italia globale attraverso la sua lingua”.

È infine intervenuto Michele Schiavone, segretario generale del Consiglio generale degli eletti all’estero. “La lingua è lo strumento identitario dell’Italia, parte fondamentale dei quasi 6 milioni di iscritti Aire, dei circa 80 milioni di italo-discendenti e dei circa 250 milioni di italici. L’italiano è il collante tra le comunità e l’Italia. Ma ha ancora tante potenzialità inespresse. Noi italiani all’estero siamo interpreti attivi di quel soft power di cui parla la ricerca. Dispiace che in questo tipo di lavori sia spesso dimenticato quanto di buono è stato fatto in questi anni con la Legge 153, che ha formato una grande comunità. L’idea di grandezza del nostro Paese, se non è accompagna da una proposta culturale che continui a tenere legati gli italici all’Italia, rischia di diventare una scommessa perdente. Per cui, anche nel mercato delle lingue è opportuno investire, sottolineando la necessità di fare sistema. E per questo sarebbe utile creare un ministero per gli italiani nel mondo”.

Luca Caruso

La Chiesa e il Papa, ambasciatori della lingua italiana nel mondo

Pubblichiamo con piacere l’articolo del nostro collaboratore Luca Caruso, giornalista e vaticanista della Fondazione Ratzinger.

L’italiano come idioma della Chiesa e il Papa come straordinario “ambasciatore” della lingua italiana nel mondo. È una valutazione che si va affermando sempre più, suffragata da numerose argomentazioni.

Pur se la lingua ufficiale della Chiesa rimane infatti il latino, adoperato nella liturgia e nei documenti magisteriali, e nonostante la missione universalistica dell’istituzione ecclesiale la induca a un atteggiamento plurilingue, è al contempo vero che l’italiano è, di fatto, la lingua della comunicazione, l’idioma “operativo” maggiormente in uso in Vaticano, quello in cui sono redatti la legislazione e i documenti interni, la corrispondenza all’interno della Curia, tra Dicasteri e uffici, e all’esterno verso diocesi, parrocchie, istituti religiosi e associazioni, così come la lingua usata dal Pontefice nella sua quotidiana attività pubblica, sia nell’Urbe che nel corso dei frequenti viaggi apostolici.

La minore dimistichezza di Papa Francesco con le lingue straniere, rispetto ai suoi predecessori come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, inoltre, lo porta a pronunciare le omelie e i discorsi quasi sempre in italiano, lingua che il Pontefice padroneggia alla perfezione poiché discende da emigrati italiani, anche quando riceve o incontra gruppi stranieri. Essendo argentino, parla tuttavia lo spagnolo quando si trova in Paesi ispanofoni. Ma l’utilizzo quasi esclusivo dell’italiano lo connota come uno speciale, autorevolissimo “ambasciatore” della lingua italiana nel mondo.

Il Papa in Irlanda, mentre fa un discorso in italiano. Foto © italofonia.info

Perfino due delle sue tre Encicliche, contrariamente alla tradizione che ne vuole il titolo in latino, riprendendo le prime parole del testo, hanno il titolo in italiano: “Laudato si’”, sulla cura della casa comune, e “Fratelli tutti”, sulla fraternità e l’amicizia sociale, entrambe citando parole di san Francesco d’Assisi.

Ha scritto Tullio De Mauro: “Se fino al Concilio Vaticano II il latino è restato lingua della liturgia e dell’ufficialità della Chiesa di Roma, la sua vera lingua di lavoro, (…) cui sono stati tratti e attratti chierici di tutto il mondo, è stata e pare restare ancora l’italiano”.

L’italiano è considerato, quindi, “la lingua ufficiale della Chiesa, in quanto è la più utilizzata negli incontri di massa dei fedeli provenienti dai vari continenti, specialmente quando è presente il Papa a Roma o in altri Paesi. Di certo è quello abitualmente e ampiamente usato nei vari ambiti e ad ogni livello di tutta la Curia Romana”, ha osservato monsignor Paolo Rizzi, officiale della Segreteria di Stato, intervenendo agli Stati Generali della lingua italiana nel 2018.

Ma naturalmente non è soltanto la lingua del territorio vaticano, in quanto il suo utilizzo e la sua valenza varcano i confini del piccolo Stato e si affermano a livello internazionale, sancendo il felice dispiegarsi del “matrimonio” tra la Chiesa e l’italiano che la storia ha officiato.

La Pontifica Università Gregoriana,
che appartiene ai Gesuiti.

In italiano, poi, sono tenuti i corsi delle Università Pontificie a Roma, frequentati da studenti in larga parte stranieri, costituendo un vivace luogo di incontro tra lingue e culture differenti, che trovano nell’italiano un terreno comune di scambio. Così come la presenza di numerosi missionari italiani in varie parti del mondo, soprattutto nelle zone più remote del pianeta, diviene un potente veicolo di trasmissione della lingua di Dante e di Petrarca, mentre viene portato avanti il lavoro sociale e pastorale.

L’edizione principale del quotidiano della Santa Sede, “L’Osservatore Romano”, inoltre, viene pubblicata in italiano e l’italiano è la lingua capofila nella stesura degli articoli che appaiono sul sito Vatican News, ripresi e tradotti poi in decine di altre lingue.

Pur essendo la Curia Romana una realtà internazionale, nella quale operano ecclesiastici e laici provenienti dal mondo intero, il suo Regolamento Generale richiede a tutto il personale la conoscenza dell’italiano. Stessa regola vale per gli ecclesiastici che formano il Corpo diplomatico della Santa Sede in servizio nelle Rappresentanze Pontificie, per i quali la lingua italiana costituisce uno strumento dispensabile per relazionarsi con gli organismi vaticani.

Palazzo della Curia romana, Città del Vaticano.

“L’italiano non è la lingua di uno Stato politicamente ingombrante, troppo potente, caratterizzato da teorie economiche universalistiche che lasciano poco posto allo spirito – ha notato il linguista Claudio Marazzini, docente di Storia della lingua italiana e presidente dell’Accademia della Crusca, in un articolo intitolato “La Chiesa e la lingua: cambiano i Papi, ma l’italiano resta”, pubblicato alcuni mesi dopo l’elezione a Pontefice del cardinale Bergoglio –. L’italiano è una lingua di cultura antica, dovunque apprezzata, ma poco ingombrante, dal punto di vista del moderno potere economico. Non è certo la lingua della finanza internazionale, del capitalismo rampante e di Wall Street”.

“I Papi che sono arrivati a Roma da lontano parlavano bene italiano – ha proseguito Marazzini –. Parlano italiano anche i prelati di alto grado di altre nazioni e di altri continenti, i portavoce della Santa Sede, i religiosi convenuti a Roma, e persino molti pellegrini”.

Cardinali in Conclave.

“I Papi cambiano, ma continuano a parlare italiano. Tutto il mondo, nelle grandi occasioni della Chiesa, pensa all’Italia e guarda a Roma, dove si svolgono eventi di portata mondiale – ha concluso Marazzini –. Roma, in quei momenti, non è più la piccola sede di una politica locale di una nazione tra le tante: la posizione dell’italiano, agli occhi del mondo, diventa ben maggiore grazie alla Chiesa di Roma, alla sua capacità di attirare nella Città eterna le masse, costringendole indirettamente a vedere e toccare l’Italia e la sua lingua. E resta il fatto che molto spesso la Chiesa, per bocca dei suoi Papi non italiani di nascita, ma italiani di adozione, parla italiano”.

Grazie alla sua universalità, la Chiesa cattolica è insomma ritenuta, a buon diritto, il più potente strumento di diffusione della lingua italiana oggi attivo nel mondo.

Luca Caruso

Italici: chi sono e quanti Italica Global Community

I residenti in Italia sono quasi 60 milioni e gli italiani fuori d’Italia circa 6 (milioni). Per l’esattezza 5.806.000, secondo quanto comunicato dal Ministro dell’interno al 31 dicembre 2019. Cifre ufficiali, ne abbiamo già parlato in questo stesso blog, vedi: italiani all’estero, quanti siamo? Ma quanti sono invece i discendenti di quegli italiani che lasciarono l’Italia dal 1860 e che non sono più italiani ma che sono in qualche modo a livelli diversi legati al loro paese d’origine?

Rispondiamo a questa domanda riportando il testo di quanto comunicato da Piero Bassetti  nel corso di una conferenza stampa che ha avuto luogo a Roma il 22 settembre 2021, alla sede della Associazione stampa estera. Conferenza stampa per annunciare la nascita della Italica Global Community.

 CONFERENZA STAMPA. Intervento di Piero Bassetti, Presidente della Associazione Svegliamoci Italici.

Piero Bassetti. Foto ©spyweb.it

“Innanzitutto un grazie all’Associazione Stampa Estera che si è espressa prima e che ci ospita. Un grazie cordiale perché sappiamo tutti l’importanza dell’Associazione e della Stampa Estera, tanto più per un oggetto come quello che celebriamo stamattina.

Poi un ringraziamento a chi presiede,  e vado subito, con un tentativo di estrema sintesi, al mio compito, che è quello di dire cos’è l’Italica global community. Io la definirei un progetto politico. E’ il progetto di fare un soggetto politico, non istituzionale ma politico, degli oltre 250 milioni di italici nel mondo che come tutti voi immaginate o sapete, anche senza avere una goccia di sangue italiano sono attratti dall’Italia, ne hanno abbracciato i valori, gli stili di vita e i modelli di quella “Italian way of life” diffuso nei cinque continenti ibridandoli con altre culture.

Costoro ci sono, non sempre sanno di esistere come potenziale comunità, non hanno consapevolezza di soggettività politica, non hanno organizzazioni culturali. Non sono le diverse aggregazioni o lobbies degli italiani all’estero, con le quali intrattengono nel migliore dei casi quando esistono, i più cordiali rapporti così come è nostra intenzione di mantenere i più cordiali e integrati rapporti con la dimensione nazionale italiana. Possono però, gli italici, e devono diventare un potenziale soggetto politico glocale.

Gli Stati membri dell’ONU come sono rappresentati nel logo. Foto © UNRIC.org

Questo è il punto chiave. Il mondo oggi sta diventando glocale e non sono più i 197 Stati nazionali iscritti all’Onu che lo interpretano e lo condizionano. Voi avete la sensibilità dei giornalisti (Kabul docet), a Kabul ci siamo accorti tutti che il mondo sta per essere organizzato politicamente in modo radicalmente diverso e come? Non punta alla globalità, ma punta a questa dimensione culturale complessa, ma rilevantissima che è l’integrazione avvenuta ormai nel mondo grazie ai media, tra ciò che è globale e ciò che è locale. Qualunque punto partecipa della dimensione globale, qualunque entità globale è intercettata e intercetta le dimensioni locali. Questo secondo me, secondo noi, avrà un impatto politico sulla organizzazione istituzionale che è alla base culturale del disegno e dell’appello che appunto è stato a suo tempo sviluppato nel libro.

Il mondo oggi è glocale, quindi non è più quello degli soli Stati nazionali e non è ancora quello che anche nell’ONU si intravede, dell’unione delle civilizzazioni. Circa due anni fa a Washington abbiamo fatto un convegno che ha avuto l’avvallo anche esplicito del nostro presidente della Repubblica, che ci segue con simpatia, in cui si evocava in ambiente come quello dell’Onu la necessità di cominciare a pensare come il mondo si riorganizzerà di fronte alle sfide che la tecnologia ha posto in modo irreversibile.

Il dibattito di questi giorni tra americani e francesi sulla dimensione indoeuropea, che apparentemente si sviluppa sulla tecnologia dei sommergibili, è il dibattito tra grandi dimensioni politiche quella degli Stati Uniti, quella ex Commonwealth, quella ex colonia francese (i francesi hanno 2 milioni di persone nel mondo indo asiatico) e quello di una dimensione emergente che non è solo la Cina, ma la dimensione della soggettività politica dell’asse che da 3000 anni invece è quiescente, l’abbiamo risvegliata noi e oggi è del tutto sveglia.

Tutti i Paesi del mondo invasi (almeno una volta) dalla Francia. Foto focus.it

Questo è il retroterra politico culturale nel quale noi ci vogliamo muovere. Noi vogliamo che la civilizzazione italica entri nella storia del mondo e ci entri con tutti i suoi valori e con tutto il suo potenziale. In questo senso non abbiamo nessun falso pudore (io lo farò domani all’università della Tuscia) di richiamarci e riportarci alla tradizione politica della storia romana che è al fondo della nostra dimensione italica.

Noi vogliamo un Mediterraneo che sia un Mare Nostrum, vogliamo un’Europa che non sia la somma di 27 Stati nazionali espressi dagli accordi di Vestfalia, ma che sia l’Europa di integrazione delle grandi civilizzazioni presente in Europa. E anche qui c’è spazio per lavorare, perché sarà interessante vedere se vogliamo andare assieme alle altre civiltà italiche, che sono quelle di tradizione latina, o invece divisi tra quelle che sono state di dimensione nazionale.

La Pace di Vestfalia illustrata da Bartholomeus van der Helst (1613-1670), in Peace of Münster (1648) tela esposto a Rijksmuseum di Amsterdam.

Noi vogliamo che la civilizzazione italica entri nella storia globale già cominciata e vogliamo cominciare a predisporre le condizioni per la nascita di questa soggettività politica. La prima condizione è il risveglio, la presa di coscienza della potenzialità del disegno e il libro, che è del 2016, puntava a creare le premesse per un risveglio. Da allora abbiamo fatto molta strada, soprattutto sul piano culturale, per mettere a punto il pensiero ispiratore di questa esigenza. Oggi cominciamo col tema dell’annuncio, cioè che è il vostro destino professionale e proseguiremo, nei limiti delle possibilità, con i discorsi organizzativi.

Il nostro territorio è la rete, cioè noi non abbiamo preoccupazioni di carattere territoriale di nessun tipo, la nostra integrazione è culturale, la rappresentanza politica è offerta agli Stati nazionali che vogliano in un certo senso approfittarne: il primo, naturalmente, la Repubblica italiana. Noi siamo assolutamente convinti che nessuno più della Repubblica italiana è in condizione di interpretare questo disegno e di collocarlo nella storia. Quindi la consapevolezza è questa, l’ambizione è elevata, la pochezza dei nostri mezzi e strumenti di partenza è altrettanto innegabile, però tutte le rivoluzioni storiche sono cominciate dal poco e noi non siamo niente, siamo al poco, ma vogliamo arrivare al molto. Grazie.”

Gli italici sono quindi circa duecento cinquanta milioni, vi sembrano tanti ?Facciamo un po’ di conti : 60 milioni nella penisola italiana, 6 milioni di italiani all’estero iscritti all’AIRE. In Brasile pare che la presenza di discendenti di immigrati italiani sia del 15 per cento, su una popolazione di 220 milioni. Quasi 35 milioni.


Italo-americani, il 14% vive nel Nord-Est, primato nel Rhode Island. Foto © Gente d’Italia.

Negli Stati Uniti gli italici sarebbero 20 milioni secondo la NIAF(National  Italian American Foundation). In Argentina sono oltre un terzo della intera popolazione.

Tanti sono pure nelle altre repubbliche  americane di lingua spagnola.

In Francia secondo indagini di istituti di ricerca sarebbero il 7 per cento della intera popolazione, oltre 4 milioni.

Il fenomeno “Big Mamma”. Un successo incredibile. Prossima apertura nel Principato.

Tigrane Seydoux, insieme a Victor Lugger, è il fondatore del gruppo di ristorazione francese Big Mamma, che in 7 anni ha aperto 17 ristoranti e impiega al momento circa 1500 dipendenti, quasi tutti italiani.

Tigrane Seydoux, foto © Babello.

Il gruppo è presente in quattro Stati, è una delle realtà più significative  nell’ambito della ristorazione tanto da diventare un caso di studio in tutte le scuole di marketing. La base di questo successo senza precedenti è la filosofia e l’accoglienza italiane.Infatti, naturalmente già dal nome c’è una evidente  fonte di ispirazione italica. Addirittura italo-americana.

I due giovani sono stati molto innovativi anche nel modo di pagare. Partendo dall’idea – giustissima – che il momento del pagamento è quasi per tutti un momento che rovina un po’ la magia del pasto, Victor Lugger ha “inventato” il pagamento con il codice QR. Per l’operazione, i due si sono associati con la donna d’affari americana Christine de Wendel, ex dirigente delle popolari piattaforme Zalando e Mano Mano. Insieme, i tre hanno ottenuto dalle banche un finanziamento di 20 milioni di dollari, con i quali hanno dato inizio all’interessante iniziativa.

Tigrane Seydoux, Christine de Wendel e Victor Lugger. Foto © Sunday.

Tigrane Seydoux ha rilasciato un’intervista a Food & Sens, ribadendo bene questo concetto. La riportiamo integralmente e ringraziamo la testata per la gentile concessione:

Ricordiamo la genesi di Big Mamma?

Potrei parlarne per ore, perché ovviamente è la mia creatura ed è stata la mia vita negli ultimi sette anni. Con Victor Lugger, mio amico e socio abbiamo avviato quest’avventura. Abbiamo creato il gruppo a 26 anni. La genesi di Big Mamma deriva dalla nostra passione per l’Italia. Io personalmente sento la forte l’influenza italiana. Amo il Mediterraneo e la sua cultura. Victor invece è un fan del cibo italiano. È cresciuto con i genitori che hanno fatto molti viaggi in Italia.

Come avete realizzato il progetto?

Ci siamo specializzati alla HEC Business School di Parigi. Quindi non nasciamo come ristoratori. Per quanto mi riguarda, però, ho sempre voluto lavorare in hotel e ristoranti, perché mi piace creare luoghi vitali, rendere felici le altre persone.

Big Mamma a Parigi, nel 13° arrondissement.

Qual è la vostra filosofia?

Nel 2013, il progetto Big Mamma è nato dal desiderio di offrire qualcosa di buono, economico e servito con il sorriso. La nostra idea di partenza si basava sulla constatazione che Parigi aveva già molti ristoranti italiani. Penso che all’epoca fosse la seconda città in Europa per questo genere di locali. Ma non avevano la stessa qualità / prezzo e non regalavano l’esperienza che invece contraddistingue le trattorie popolari di Puglia e in Toscana. Noi volevamo creare una combinazione ottimale di prodotti di qualità a prezzi accessibili in un ambiente accogliente. Per un anno e mezzo, abbiamo visitato tutte le regioni d’Italia incontrando circa 200 piccoli produttori.

Quale modello avete scelto?

Abbiamo basato l’intera avventura di Big Mamma su due punti fondamentali: i prodotti e le persone. Quattro valori ci hanno guidato in questo percorso: eccellenza, meritocrazia, autenticità e imprenditorialità. Il punto di partenza era quindi capire come reperire prodotti di qualità. Lo abbiamo fatto attraverso un sistema logistico con base a Milano per il nord Italia e a Napoli per il sud. In questo modo siamo riusciti ad ammortizzare i costi di trasporto e consentire il miglior rapporto qualità/prezzo possibile. Il secondo fattore, estremamente importante, è lo staff.

Noi di Big Mamma la chiamiamo famiglia. Dei nostri 1.500 dipendenti, oltre l’80% sono italiani. Questa idea è nata dal primo ristorante che abbiamo avviato a Gordes nel Luberon, prima ancora di aprire ristoranti sotto l’insegna Big Mamma. Ci siamo resi conto che l’anima e l’energia che sprigiona una squadra sono fondamentali. È incredibile la forza che la coesione, la cultura aziendale e la solidarietà di una squadra possono avere per la performance di un ristorante. Quindi abbiamo investito molto tempo per costruire questa comunità.

Quanti ristoranti ha oggi il gruppo?

Il primo è stato aperto a Parigi nell’aprile 2015. E oggi il gruppo conta 17 trattorie e 15 cucine dedicate esclusivamente al delivery e alla ristorazione italiana con il nostro concept Napoli Gang. 11 in Francia, di cui 8 a Parigi, uno a Lille, uno a Lione e uno a Bordeaux. 3 ristoranti a Londra, l’ultimo dei quali ha aperto quest’estate a Covent Garden e due a Madrid. Tra le 17 trattorie francesi, in particolare, abbiamo aperto La Felicità nel 13° arrondissement di Parigi, un “mercato alimentare” situato all’interno dell’incubatrice Station F. È il ristorante più grande d’Europa, grazie ai suoi 5.000 mq e ai suoi 1.500 posti a sedere. L’anno prossimo apriremo altri tre ristoranti a Marsiglia, Monaco e Berlino. Per non parlare del futuro ristorante a Monaco.

Qual è stato il tuo ruolo iniziale e attuale?

Sono co-fondatore e co-proprietario. Ho sempre avuto grande cura delle risorse umane e della parte operativa. E Victor ha gestito la parte in cucina. Ma il nostro ruolo si è completamente evoluto. Perché oggi gestiamo un’azienda che ha 1.500 dipendenti in quattro Paesi. Ogni sei mesi cambiamo lavoro, perché l’azienda cresce e abbiamo nuove sfide. Dobbiamo reinventarci costantemente. Abbiamo 17 ristoranti diversi. Non ce ne sono due uguali, o con lo stesso nome, lo stesso design o lo stesso menu! L’idea è quella di fare un gruppo di esperienze in “ospitalità”, ma non vogliamo assolutamente essere una catena che copia/incolla gli stessi ristoranti ovunque. Vogliamo ristoranti unici con la loro identità e personalità.

Sei rimasto sorpreso dall’accoglienza che il tuo concept ha ricevuto dal pubblico?

Il primo ristorante è stato aperto con un team di 15 persone. Pensavamo di servire 200 clienti al giorno, ma dal secondo giorno stavamo facendo 600 coperti al giorno e tre settimane dopo il team era composto da 45 elementi. Siamo rimasti completamente sorpresi da questo successo.

Perché ha funzionato?

Perché abbiamo sempre cercato di fare le cose con passione, autenticità e verità. Non tradiamo la qualità dei nostri prodotti e dei nostri team. Il rapporto qualità/prezzo è una delle componenti di questa formula. E poi, ci piace quello che facciamo e questo si vede. Non abbiamo mai voluto segmentare la nostra clientela. I ristoranti Big Mamma sono ristoranti per tutti, per tutte le età, tutte le categorie socioprofessionali, tutte le tipologie di budget. Puntiamo alla qualità estrema, ma rimane sempre un ristorante popolare, accessibile a tutti.

Guardando indietro, come vedi il tuo percorso professionale?

Sono una persona abbastanza umile e discreta. Non mi sarei mai immaginato di vivere questa avventura quando l’ho iniziata. Continuo a provare un grande piacere nel fare quello che faccio. Mi sento utile. Faccio questo lavoro perché mi dà la possibilità di cambiare la vita delle altre persone.

Fonte: foodandsens.com

Staff italiano da Big Mamma a Parigi. Foto © foodandsens.com

CONCLUSIONE

Abbiamo  letto anche l’intervista data al periodico monegasco, “L’Observateur de Monaco”, dicembre 2021, che riafferma quanto già scritto  nella intervista sopra citata. nonchè le caratteristiche che avrà il ristorante che apriranno al Larvotto.

C’è un frase che ci ha particolarmente colpito sul finale come risposta alla domanda come intendono continuare , che riportiamo integralmente in francese:

“Continuer à animer la philosophie Big Mamma : offrir un bon rapport qualité/prix, une vraie expérience et un voyage. Vous poussez les portes du restaurant Big Mamma, vous y retrouverez le joyeux bordel italien ! Nous allons essayer d’avoir une proposition assez attractive sur le rapport qualité/prix.”

Alla lettera questa sarebbe la traduzione:

Continuare ad animare la filosofia di Big Mamma: offrire un buon rapporto qualità prezzo, una vera esperienza e un viaggio. Spalancate le porte del ristorante Big Mamma, lì troverai l’allegro bordello italiano! Cercheremo di avere una proposta abbastanza appetibile sul rapporto qualità/prezzo.

Il ristorante Big Mamma non offrirà solo cibo italiano di grande qualità, ma il cliente troverà pure “l’allegro bordello italiano”. No comment.

Foto © Asspress.

Riflessioni oziose sul vino

Il vino è cultura, storia, tradizione, identità, ma l’insensibilità di  molti parlamentari europei ha rischiato di disperdere tutto questo; per fortuna il pericolo è stato sventato.

Riassumiamo citando la stampa di settore; parliamo di fatti successi in piena pandemia e prima dell’inizio della guerra.

Altri interessi hanno attirato il pubblico, ma qui ne vogliamo parlare. Difendere il vino è anche un modo di difendere i valori di una Europa autentica.

“È stato respinto il tentativo di demonizzare il consumo di vino e birra attraverso allarmi salutistici in etichetta già adottati per le sigarette, l’aumento della tassazione e l’esclusione dalle politiche promozionali dell’Unione Europea, nell’ambito del Cancer Plan proposto dalla Commissione Europea”.

“C’è differenza tra consumo nocivo e moderato di bevande alcoliche e non è il consumo in sé a costituire fattore di rischio per il cancro”.

È questa una delle modifiche alla relazione sul Piano di azione anti-cancro approvate martedì 15 febbraio 2022 dall’Europarlamento.

Dal testo è stato cancellato anche il riferimento ad avvertenze sanitarie in etichetta, e introdotto l’invito a migliorare l’etichettatura delle bevande alcoliche con l’inclusione di informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol.

“Il Parlamento Europeo salva quasi diecimila anni di storia del vino le cui prime tracce nel mondo sono state individuate nel Caucaso mentre in Italia si hanno riscontri in Sicilia già a partire dal 4100 a.C”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel ringraziare per il lavoro di squadra i parlamentari italiani per la difesa di un settore che vale 12 miliardi di fatturato (dei quali 7,1 miliardi di export) e offre direttamente o indirettamente occupazione a 1,3 milioni di persone secondo l’analisi della Coldiretti.

L’esistenza della straordinaria scoperta archeologica del vino in Sicilia in tempi così remoti merita qualche approfondimento. È stato prodotto sotto il sole della Sicilia, quasi 6.000 anni fa, il vino più antico d’Italia e di tutto il Mediterraneo occidentale: i residui sono stati individuati in una giara dell’Età del Rame rinvenuta in una grotta del Monte Kronio, a Sciacca, in provincia di Agrigento. A condurre le analisi è stato un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’archeologo Davide Tanasi dell’Università della Florida Meridionale (già coordinatore dei recenti scavi a Villa Romana), a cui hanno preso parte anche il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Catania e gli esperti della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento. La scoperta, pubblicata su Microchemical Journal e rilanciata dall’ANA (Associazione Nazionale Archeologi), dimostra che la viticoltura e la produzione di vino in Italia sono più antiche del previsto: non sarebbero cominciate nell’Età del Bronzo, come ipotizzato finora, bensì quasi 3.000 anni prima.

Il ritrovamento in Sicilia di giare contenenti i resti del vino più antico d’Italia. Foto © Comunicalo.it

“Ricerche precedenti avevano rinvenuto in Sardegna dei semi di Malvasia datati tra il 1.300 e il 1.100 a.C., ma questi reperti attestano solo la pratica della viticoltura. La nostra ricerca, invece – spiega Tanasi – identifica i residui della fermentazione, che implicano non solo la viticoltura, ma anche la produzione vera e propria del vino”. Le tracce di acido tartarico e dei suoi sali ritrovate nella giara non permettono di sapere se quell’antichissimo vino era rosso o bianco. Anche l’identikit dei suoi produttori non è ancora ben definito: “Sappiamo che questi territori erano abitati da comunità di agricoltori e allevatori, in cui iniziava a prendere piede la produzione tessile – precisa l’archeologo – mentre non abbiamo grandi evidenze di metallurgia”.

Certo, avere una tradizione così antica legata al vino fa dell’Italia una terra di elezione er questo nettare degli Dei. Abbiamo forse più “diritti” degli altri di parlare del vino e di scrivere libri. Infatti la produzione letteraria vinicola italiana è di tutto rispetto.

L’importanza della letteratura enologica, agronomica e viticola in terra italica, a partire dal secolo XIV e soprattutto in quelli successivi, è davvero rilevante. Naturalmente non è pensabile parlare dei libri che si occupano di vino senza fare riferimento ad alcuni elementi tra loro strettamente collegati: lo sviluppo delle tecniche agrarie, del pensiero e delle competenze scientifiche (e del nuovo veicolo comunicativo rappresentato dai caratteri a stampa grazie all’adattamento di un torchio da vino), da cui il maggior potere entro le corti, non senza conflitti col potere temporale papale e laico, degli scienziati; i cambiamenti nell’organizzazione sociale e l’emergere di nuovi ceti produttivi; il potere medico (diversi dei trattatisti di enologia sono ancora medici secondo l’antica tradizione e ciò a significare non solo l’uso del vino nella farmacopea, come già evidenziato nel capitolo precedente, ma anche lo stretto connubio tra piacere e cura di cui l’arte medica e il potere derivante sono ancora pienamente titolari); la concezione del bello e del buono, soggetta a nuovi canoni interpretativi, che si fa strada tra le arti e nella gastronomica.

Occorre cominciare la narrazione dal Ruralium commodorum libri XII di Pier de’ Crescenzi, scritto nel 1305 circa, che viene dedicato a Carlo II d’Angiò, re di Sicilia (detto lo Zoppo, 1254-1309): diffuso come manoscritto in 109 copie, ha la prima edizione a stampa soltanto nel 1471. Poi alcune altre edizioni ravvicinate a fine Quattrocento: In commodum ruralium cum figuris libri duodecim, Speier, Peter Drach, c. 1490-1495; De Agricultura, Venezia, Matheo Capcasal, 1495. E di altre ancora nel Cinquecento: P. Crescenzi, De’ Opera di agricoltura. Ne la qual si contiene a che modi si debbe coltiuar la terra, seminare inserire li alberi, gouernar gli giardini e gli horti, la proprieta de tutti i frutti*, in Venegia, per Bernardino de Viano de Lexona vercellese, 1536; Id., Opera d’agricoltura, in Venegia, per Bernardino de Viano de Lexona, 1528; Id., Opera d’agricoltura, in Venegia, per Bernardino de Viano, 1538; Id., De omnibus agriculturae partibus, & Plantarum animaliumq; natura & utilitate lib. XII*…, Basileae, per Henrichum Petri, 1548.

L’incipit del libro di Piero de’ Crescenzi.

Le diverse ristampe di un testo divenuto classico indicano l’interesse crescente verso la formazione agronomica e la possibilità della sua diffusione oltre un mero ambito specialistico o di rappresentanza politica. Ed è proprio attraverso de’ Crescenzi che vengono ristampate le opere latine di riferimento dell’autore: Catone, Varrone, Columella* e Plinio il Vecchio*.

I libri citati sono reperibili alla Libreria Antiquaria Emporium.

Con un piccolo balzo in avanti non si può non menzionare lo scritto di Agostino Gallo, il più importante agronomo del tempo il quale pubblica, nel 1564, a Brescia, le Dieci giornate dell’agricoltura e de’ piaceri della villa*: «a questa seguirono tre edizioni veneziane tra il 1565 e il 1566. Nel 1566 dall’officina del veneziano Nicolò Bevilacqua uscì una versione notevolmente ampliata, dal titolo Le tredici giornate; nel 1569 uscì dapprima, sempre a Venezia ma questa volta dalla tipografia di Grazioso Percaccino, un’appendice autonoma intitolata Le sette giornate dell’agricoltura, destinata a confluire, in quel medesimo anno, nell’unico volume de Le vinti giornate dell’agricoltura*. Questa fu l’edizione definitiva e servì da base per tutte quelle successive, che finirono per dare vita ad una vicenda editoriale di assoluto rilievo nel panorama italiano di quell’epoca: dodici edizioni nel corso del XVI secolo (nove a Venezia, due a Torino ed una a Brescia); sei del XVII secolo (tutte a Venezia); quattro del XVIII secolo (a Bergamo, Brescia, Cortona e Roma). L’opera ebbe grande successo oltre che a Brescia e Venezia, anche sul territorio milanese e quello veneto: si ha infatti notizia di contratti di vendita sottoscritti dal figlio di Agostino, Mario Gallo, con librai di Milano, Pavia, Bergamo, Bologna, Piacenza, Verona e Vicenza». Nelle Giornate dell’agricoltura si trovano citazioni e riferimenti a tutti gli autori “canonici” della classicità greco-latina, assieme a quelli della tradizione medievale e della prima età moderna (Pier de’ Crescenzi su tutti, ma anche Arnaldo da Villanova, Dante, Petrarca e Boccaccio). In secondo luogo, l’opera del Gallo è l’unica ad essere tradotta, ancora nel Cinquecento, in una lingua diversa da quella d’origine (francese) e ad essere divulgata nella stessa Francia attraverso più edizioni consecutive.

Più modestamente, e con tutte le differenze del caso, anche chi scrive si cimenta nella stesura di un libro sul vino. È un’opera accessibile a tutti, scritta per dare le basi anche a chi ha poche conoscenze sul vino, per potere scegliere, analizzare ma soprattutto abbinare correttamente i vini ed i cibi. Per la gioia (lo spero) dei miei cari lettori del blog pubblicherò nel tempo piccoli pezzi del libro, che ritengo interessanti e stimolanti, soprattutto sul versante storico e culturale. Il lavoro è intitolato “Vino, parliamone”.

E per farvi sorridere, ecco una citazione celebre: 

“Monsieur, quand on a l’honneur de se faire servir un tel vin, on prend son verre avec respect, on l’observe, on le hume longuement, puis l’ayant reposé…

Et après, interrompt l’impatient, on le boit?

Non, Monsieur, pas encore! Après on repose le verre de vin sur la table, l’on en parle“.

(Charles Maurice de Talleyrand, proprietario di Château Haut-Brion). Talleyrand fu quel noto personaggio politico francese, protagonista del Congresso di Vienna del 1815. Château Haut-Brion è un grande nome che fa parte dell’aristocrazia del vino di Bordeaux, cru classé dal 1855, denominazione Pessac-Léognan, nella regione del Graves.

Château Haut-Brion.

Traduciamo, liberamente:

“ – Signore, quando si ha l’onore di farsi servire un vino così, si prende il bicchiere con rispetto, lo si guarda, lo si annusa a lungo, poi dopo averlo riposto….

– E dopo – interrompe l’impaziente – lo si beve?

– No, signor mio, non ancora. Dopo avere riposto il bicchiere sul tavolo, se ne parla”.

Se ne parla e poi si beve, o meglio, lo si degusta e poi se ne parla ancora.

Altra citazione degna di nota, visto la fama del personaggio (Edoardo VII, sovrano inglese dal 1902 al 1910, figlio della Regina Vittoria: era nato nel 1841) è la seguente: “Il vino non si beve soltanto, lo si annusa, lo si osserva, si sorseggia e…..se ne parla”.

Scene di vendemmia, dal Libro “Tacuinum Sanitatis”, 1450.

Fra i tanti libri sul vino, uno spazio importante viene dato alla degustazione e si spiega diffusamente come iniziarsi all’arte dell’assaggio, un modo per avvicinarsi alla conoscenza della materia. Il vino prima lo si guarda e si osservano con attenzione le varie declinazioni del colore, poi lo si annusa (i francesi dicono “on hume”), mettendo in azione l’odorato per riconoscere i profumi. I sensi – vista, odorato, gusto – sono così soddisfatti e si procede ad una ricognizione materiale del vino. Manca l’udito, ma a questo si rimedia facendo tintinnare i bicchieri.

 A volte si aggiunge una parola – “Salute” – come augurio; esortazione al benessere per ricordarci che anticamente il vino è stato anche considerato una medicina. Nel famoso e pluri-stampato opus “La Schola Salernitana” troviamo una regola per mantenere la buona salute che ci trova totalmente d’accordo: “Se non vuoi avere problemi, comincia ogni pranzo con un bel bicchiere di vino”.

Il vino tuttavia non coinvolge solo i sensi, ma anche il cervello e il cuore. François Rabelais scrisse: “Le vin est ce qu’il y a de plus civilisé au monde”. C’è tanta cultura nel vino, che è un segno della nostra identità; coinvolge la religione, la storia e la geografia, la letteratura e la poesia.

La nebbia agli irti colli / Piovigginando sale / E sotto il maestrale / Urla e biancheggia il mar;  / Ma per le vie del borgo  / Dal ribollir de’ i tini  / Va l’aspro odor dei vini  / L’anima a rallegrar.

(Giosuè Carducci: Rime nuove, San Martino 1861/1887).

Italiani dimenticati (a Odessa e in Crimea)

Non parliamo di quelli oggi, ma di comunità storiche italiane stabilite in quello che era l’impero zarista.
Fin dai tempi delle repubbliche marinare, Genovesi e Veneziani si erano stabiliti da quelle parti, ma la loro storia è stata dimenticata. Le minoranze italiane furono dissolte e perseguitate ai tempi dell’URSS e dopo la seconda guerra mondiale.
Abbiamo ripescato nella nostra biblioteca un volume del 2000, edizione Giuffrè di Giulio Vignoli. Il titolo del Libro è “Italiani dimenticati, le minoranze italiane in Europa”. Una ristampa è prevista, ma non è sicuro. Proprio in questo libro sono segnalate le vicissitudini di questa minoranze e la loro storia finita tragicamente.
Le ricordiamo anche noi.


ODESSA
Un nobile napoletano di origine spagnolo Giuseppe De Ribas (1749-1800), fondò, verso la fine del Settecento, la città di Odessa, in Ucraina, organizzandone il porto, la flotta e il commercio, rendendola una città importante per il Mar Nero e il Mediterraneo.

Ritratto di Giuseppe de Ribas. Collezione del Museo dell’Ermitage, S. Pietroburgo

Figlio dell’irlandese Margaret Plunkett e di Miguel de Ribas y Buyens, un esponente della piccola nobiltà spagnola arrivato a Napoli al seguito di Carlo di Borbone, era nato all’ombra del Vesuvio nel 1749, dove, all’età di 16 anni, era entrato nella Guardia napoletana con il grado di tenente. Nel 1769, a Livorno, incontrò colui che ne avrebbe cambiato la vita: il comandante in capo della flotta russa conte Aleksei Orlov, fratello di uno dei tanti amanti di Caterina II, Grigorij Grigorevic Orlov.

Caterina la Grande, imperatrice della Russia (1729-1795).

Arrivato nel Mediterraneo con la flotta del Baltico per ingaggiare battaglia con le marina ottomana in occasione della prima guerra russo-turca, Orlov rimase affascinato dal giovane ufficiale napoletano capace di esprimersi correttamente in sei lingue diverse. Decise quindi d’ingaggiarlo come interprete, proponendogli di trasferirsi a San Pietroburgo. L’avventuroso de Ribas non ci pensò un attimo e pochi mesi dopo, nel luglio del 1770, sotto le insegne della nuova bandiera, prese parte alla vittoriosa battaglia di Chesme contro la flotta turca, la prima combattuta da navi russe nel Mediterraneo. Arrivato a San Pietroburgo, assunse il nome di Osip Michajlovic Deribas ed entrò nella scuola militare del ‘Primo corpo dei cadetti’. Nella capitale, dove più tardi sarà raggiunto dai fratelli – Emanuele, Andrea e Felice – costruirà un’importante rete di relazioni, complice anche il matrimonio con la ciambellana di Caterina II, Anastasija Ivanovna Sokolova. Alle nozze, celebrate nel 1776 nella chiesa del palazzo imperiale di TsárskoyeSeló, alla periferia di San Pietroburgo, parteciperà anche la zarina che, pochi anni dopo, diventerà madrina delle due figlie della coppia. Promosso colonnello, nel 1783 entrò al servizio del nuovo favorito dell’imperatrice, Grigorij Aleksandrovic Potëmkin, che seguirà nei territori dell’Ucraina meridionale, da questi amministrati dopo le conquiste ottenute ai danni del sultano. Sulle sponde del mar Nero, de Ribas entrerà definitivamente nella storia, partecipando alle più importanti battaglie della Seconda guerra russo-turca (1787-1792).

Grigorij Aleksandrovic Potëmkin. Collezione dell’Ermitage ©.

Dopo aver preso parte allo scontro navale dell’estuario del Dnepr, all’assedio della fortezza di Ochakov, de Ribas conquisterà l’isola di Berezán e il villaggio di Khadjibei (abitato dai tatari) con la fortezza di Yeni Dunyia, dove nel 1794 fonderà, appunto, Odessa. Non solo, il suo intervento si rivelerà decisivo per espugnare l’agguerrita piazzaforte d’Izmail posta alla foce del Danubio. Sarà lui, infatti, a elaborare insieme al generale Suvorov, il piano d’attacco che, in poco più di dodici ore, farà cadere una delle città più fortificate d’Europa.

De Ribas ribattezzò il villaggio di Khadjibei “Odesso”, in omaggio alla vecchia colonia greca che si estendeva sulla costa. Luogo di incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale, multiculturale per la sua stessa natura geografica, situata alla foce di grandi fiumi, tra cui il Danubio, divenne presto il cuore pulsante dell’impero meridionale della zarina Caterina, la quale ribattezzò il villaggio al femminile, Odessa.

Veduta di Odessa alla finedel Settecento, in un’antica stampa.


Ben presto ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo.
 L’italiano rimase a lungo lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

Teatro Nazionale di Odessa, progettato dall’architetto italiano Francesco Frapolli nel 1810.


La famosa canzone “O’ sole mio” fu scritta e composta ad Odessa da Giovanni Capurro e Eduardo Di Capua che in quel tempo si trovava nella città russa.(Non ucraina, notiamo che a quel tempo Odessa era considerata russa e la lingua ucraina era considerata un dialetto, di nessun uso ufficiale).
La musica si ispirò ad una bellissima alba sul Mar Nero e dedicata alla nobildonna Anna Maria Vignati Mazza. Il brano non ebbe immediato successo a Napoli, salvo poi diventare famosa sulle sponde del Mar Nero e da lì divenire canzone patrimonio della musica mondiale.
Inoltre, grandi attori teatrali e musicisti contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo.
Nel passare del tempo, tuttavia, il peso della colonia italiana diminuì progressivamente; nella seconda metà dell’Ottocento la comunità italiana contava solo 286 unità, ma l’impronta italiana nella città è evidente tutt’oggi.
L’italiano Francesco Boffo (1790-1867) fu l’ architetto del comune di Odessa per oltre 40 anni, trasformando la città in un vero museo a cielo aperto dell’architettura neoclassica e neo rinascimentale italiana, rivaleggiando con San Pietroburgo. L’ opera più famosa è la scalinata Potëmkin (immortalata nel film “La corazzata Potëmkin”), oltre a circa 30 palazzi ed edifici pubblici.

La famosa scalinata di Potëmkin.


CRIMEA
Sulla storia della comunità italiana di Crimea esiste, disponibile su internet, un volume: “L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea”
Settimo Sigillo-Europa Lib. Ed, 2009. Gli autori sono Giulia Giacchetti Boico*, i cui antenati facevano parte di questa comunità e Giulio Vignoli** .
Dal volume riportiamo una citazione:
“Dal 1830 fino alla fine del Secolo XIX un flusso migratorio italiano, composto soprattutto di Pugliesi, interessò la Crimea allora appartenente alla Russia zarista. Con l’avvento del comunismo il destino di questa comunità, alcune migliaia di persone, divenne problematico per poi precipitare verso un tragico destino”.


In particolare il libro rievoca la drammatica vicenda, per lo più ignota e comunque sempre ignorata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsene, di questi Italiani, di questa vera e propria minoranza nazionale della Crimea, dalle persecuzioni nel periodo stalinista alla deportazione nel 1942 in Cazachistan, alla fame, agli stenti, alla morte di molti nelle steppe dell’Asia, per giungere fino ai nostri giorni. La pubblicazione, arricchita da importantissimi ed inediti documenti e testimonianze, vuole pubblicizzare i terribili eventi patiti dagli Italiani (uomini, donne, vecchi e bambini) e sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica dell’Ucraina e dell’Italia alle difficili condizioni in cui tuttora vivono i sopravvissuti in Crimea e la diaspora negli Stati della ex Unione Sovietica. Ad essi deve essere resa giustizia”.

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*Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati, da anni raccoglie materiale sulla deportazione degli Italiani di Crimea. E’ la memoria storica della Comunità degli Italiani di Kerc (Crimea). Può essere definita il genius loci.
**Giulio Vignoli è professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova. Da tempo si occupa delle minoranze italiane che vivono nell’Europa Orientale e della loro tutela. In argomento ha pubblicato vari libri, tale “Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa. Saggi e interventi” (Giuffrè 2000) e “I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica italiana” (Giuffrè 1995).

Italiani a Malindi in Kenya, luci ed ombre

di Anna Bono

Dal VII secolo, sulle coste dell’Africa orientale, è fiorita la società urbana e mercantile Swahili, nata dall’incontro tra le popolazioni autoctone bantu e i colonizzatori arabo-islamici che stavano conquistando il continente. Su quelle coste, in Kenya, una antica città, Malindi, è stata radicalmente e irreversibilmente  trasformata dagli italiani: non è successo all’epoca della colonizzazione europea, bensì circa 20 anni dopo che il paese era diventato indipendente; e non si è trattato, come altrove, di persone che agivano per conto di imprese nazionali o multinazionali o su mandato del governo italiano.   

Malindi, fino agli anni 70 del secolo scorso, era una piccola città portuale di alcune migliaia di abitanti. Come all’epoca in cui, all’inizio del XIII secolo, i coloni arabi ne fecero un centro commerciale fiorente, consisteva in un quartiere arabo costruito in riva all’oceano Indiano, fatto di case in pietra di corallo, Shela, alle spalle del quale c’erano le capanne e le baracche dei Mijikenda, le tribù dell’immediato entroterra. A Malindi abitavano anche degli asiatici, discendenti delle famiglie portate in Kenya dagli inglesi a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Non lontano da Shela, infine, sorgevano alcuni alberghi frequentati da europei, prevalentemente inglesi e tedeschi, e i cottage degli inglesi residenti sugli altipiani che, a Malindi e in altre località della costa, andavano in vacanza o si trasferivano dopo la pensione.  

Alla fine degli anni 70, però, a Malindi sono arrivati degli italiani – decine e presto centinaia di persone, alla spicciolata, partite dall’Italia per motivi e con i progetti più diversi – che in pochi anni ne hanno fatto un centro turistico in rapidissima espansione, gestendo quasi del tutto, direttamente o indirettamente, le attività del settore e il suo indotto. All’inizio degli anni 80 c’erano già una pizzeria, una gelateria, un ristorante che serviva pasta importata dall’Italia, tutti locali frequentati da italiani residenti e in vacanza. 

L’impronta italiana più evidente è quella fin da allora impressa all’ambiente urbano. Tre italiani, seguiti da altri che li hanno imitati anche se non sempre con risultati altrettanto buoni, hanno incominciato ad acquistare terreni, a Malindi e nei villaggi costieri vicini, e a costruire ville, alberghi, complessi residenziali destinati ai turisti italiani che affluivano sempre più numerosi. Ispirandosi agli ambienti e agli scenari del film “La mia Africa”, uscito nel 1985, e reinterpretando la struttura e i decori delle case swahili di Shela, i metodi di costruzione tradizionali, i materiali edilizi locali – blocchi di corallo bianco per i muri, pietra di Galana per i pavimenti, makuti (le tegole di foglie di palma che ricoprono le capanne mijikenda) per i tetti, magogo (i pali e le travi di legno usati per sostenere soffitti e pareti) – hanno creato uno stile architettonico italiano, originale e splendido: hanno costellato Malindi di grandi, candide costruzioni con altissimi, spettacolari tetti di makuti, arredi etnici di produzione artigianale e ampie verande sorrette da colonne ricavate da tronchi d’albero, immersi in giardini incantevoli delimitati da siepi di bouganvilles di tutti i colori. Quasi subito sono stati costruiti anche dei quartieri nello stesso stile, ma con case più piccole, meno scenografiche e quindi meno costose, sempre però circondate dal verde.  

Paesaggio del film “La mia Africa”, foto © Stardust.it

Solo Shela non è cambiata nel tempo. Invece, tutto attorno, oltre alle centinaia di case e alle decine di alberghi e locali italiani, si sono moltiplicate attività commerciali, artigianali, agricole. Oggi la città ha più di centomila abitanti africani. 

Si dice, a ragione, che a “inventare” Malindi, a trasformarla in una “perla dell’oceano Indiano”, capace di evocare le atmosfere coloniali della “Happy Valley”, la regione sugli altipiani dove vivevano i bianchi all’epoca di Karen Blixen, è stato Armando Tanzini, un inquieto, geniale artista e architetto livornese stabilitosi in Kenya negli anni 70. Suoi capolavori sono la casa in cui vive, a pochi metri dal Vasco da Gama Pillar (il navigatore portoghese Vasco da Gama salpò nel 1498 da Malindi alla volta dell’India, sfruttando i venti Monsoni) e il White Elephant Sea & Art Lodge, uno dei resort più belli della costa kenyana, entrambi presi a modello, copiati anche per la costruzione e l’arredo delle case e degli hotel più modesti. 

Cartina antica: MALINDI AND VASCO DE GAMA’S PILLAR. KENYA. MAASAI LAND, 1885. 

Armando Tanzini definiva Malindi “un cavallo di razza” contro chi secondo lui la trattava come un “animale da soma”. Se infatti una parte degli italiani hanno puntato come lui su ville e hotel di lusso e atmosfera – Kilili Baharini, Luna House, Palm Tree Club, Leopard Point Resort, Simba wa kale… – destinati a una clientela medio alta e alta, molti altri invece si sono rivolti al turismo di massa, a clienti con poche aspettative, attratti dai prezzi economici di appartamenti e villette a schiera. La città ne ha sofferto: oltre i confini dei resort e delle ville nascosti e protetti da parchi e giardini, chiasso, polvere, sporco, confusione, troppe automobili, karaoke e discoteche di notte, a tutto volume sulle spiagge, tanti beach boys e prostitute confluiti dal resto del paese.

Se Armando Tanzini ha inventato Malindi, a rilanciarla ciononostante, all’inizio di questo secolo, è stato un altro italiano, Fabio Briatore, che prima ha costruito per sé una villa nel “tipico stile locale”, trasformata nel 2013 in resort a cinque stelle, e in seguito ha costruito un secondo resort per VIP, The Billionaire. In entrambi ha ospitato personaggi dello spettacolo, dello sport e della politica come Silvio Berlusconi, Naomi Campbell, Simona Ventura, Fernando Alonso. Sul suo esempio, in quel periodo degli italiani celebri hanno anch’essi comprato casa a Malindi. 

Billionaire Resort, foto © Billionaire Travel

Ma, anche se ormai tutti parlavano italiano, si vedevano i canali televisivi italiani e nei supermercati si trovavano Nutella, pelati e parmigiano, i tempi d’oro erano finiti. Un susseguirsi di errori compiuti dagli operatori turistici, l’aumento esponenziale della delinquenza comune e altri fattori hanno ridotto i flussi turistici, molti anni prima che il Covid li interrompesse del tutto per quasi due anni. Nel 2017, in una Malindi da troppo tempo semi vuota, persino Briatore ha deciso di mettere in vendita i suoi resort. Il calo delle presenze ha colpito duramente hotel, ristoranti, residence, attività commerciali. Splendidi gusci vuoti, le ville e gli hotel cinque stelle di cui, nonostante gli scarsi introiti, i proprietari riescono a prendersi cura; in progressivo degrado, le strutture semi o del tutto abbandonate da chi non è in grado di sostenere le spese di manutenzione: così si presenta Malindi. Centinaia di italiani tuttavia continuano a viverci, sperando in tempi migliori: chi per scelta, potendo comunque permettersi lì un invidiabile tenore di vita, chi per necessità, perché altrimenti non saprebbe dove andare; tutti, forse, in qualche misura, riluttanti a lasciare la “Happy Valley” che hanno contribuito a creare, a immaginare una vita lontano dall’Africa.       

Il Comites a Malindi, al servizio degli italiani che ancora ci vivono. Foto © MalindiKenia.net

Breve biografia dell’Autrice di questo articolo

Anna Bono è stata ricercatore in Storia e istituzioni dell’Africa presso il Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino fino al 2015. Dal 1984 al 1993 ha soggiornato a lungo in Africa svolgendo ricerche sul campo sulla costa Swahili del Kenya. 

Dal 2004 al 2009 ha collaborato con l’Istituto superiore di studi sulla donna dell’Università Pontificia Regina Apostolorum. 

Dal 2004 al 2010 ha diretto il dipartimento Sviluppo Umano del Cespas, Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo. Fino al 2010 ha collaborato con il Ministero degli Affari Esteri nell’ambito del Forum Strategico diretto dal Consigliere del Ministro, Pia Luisa Bianco. 

Collabora con mass media prevalentemente di area cattolica. 

Su Africa, relazioni internazionali, problemi di sviluppo, cooperazione internazionale, emigrazione ha scritto oltre 1.600 articoli, saggi e libri scientifici e divulgativi.