Qual’è il colore che il fisco italiano attribuisce al Principato di Monaco? Un po’ bianco, un po’ nero: in sintesi grigio

Pubblichiamo uno scritto del Dott. Crosti, consulente finanziario milanese, specialista in questioni monegasche (dr.crosti@libero.it)

Il Principato di Monaco riesce in una impresa non facile; da un lato a tenere molto bassa la tassazione dei suoi cittadini residenti, dall’ altro a dare agli stessi dei servizi sociali di primo ordine, obbiettivi che spesso sono difficilmente conciliabili, basterebbe considerare l’ Italia, ma anche la Francia.

Conosco l’obiezione che potrebbe essere mossa a questa constatazione: il Principato è un “mini” Stato e quindi non può essere comparato a Stati quali per l’ appunto l’Italia o la Francia la cui struttura economica e sociale, basterebbe pensare al flusso migratorio in entrata, è completamente differente.

Tutto corretto, sono situazioni non comparabili, però mi sorge spontanea una domanda: per quale motivo uno Stato che riduce od in alcuni casi annulla la tassazione delle persone fisiche, pur rispettando i requisiti di trasparenza , deve essere necessariamente visto in modo negativo, come uno Stato o Paese “black”? E se invece fossero i comportamenti di altri Stati ad essere criticabili in quanto incapaci di controllare sia il volume della spesa pubblica, di difficile gestione, sia soprattutto la qualità della stessa ? Ogni riferimento alla bella “penisola ” è puramente casuale, così come è ovviamente casuale il riferimento ai “navigators” !

Foto © El Watan.

Ciò che stride è proprio come il secondo Stato, un po’ spendaccione, giudica il primo Stato, che evidentemente si gestisce meglio, qualificandolo , e trattandolo ancora per alcuni aspetti, come “black”, qualifica questa che comporta all’ atto pratico tutta una serie di conseguenze non di poco conto.

Eviterò di tediare il lettore  esponendo il percorso normativo in un dedalo di norme che occorre intraprendere al fine di pervenire a capire quale sia la precisa collocazione del Principato, nella pagella dei Paesi virtuosi che hanno rapporti con l’ Italia. Occorre dire che però il Principato, in questa collocazione, è in buona compagnia con la Repubblica Elvetica, quindi si potrebbe dire “mal comune, mezzo gaudio”! 

Il riferimento normativo è al  Decreto Ministeriale (D.M.) del 4 maggio 1999, il quale indica la lista degli Stati attualmente ritenuti come privilegiati ai fini dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), lista nella quale sono per l’ appunto inclusi sia la Svizzera sia il Principato. Deve fare riflettere la circostanza che il Decreto in questione sia stato emesso ben 22 anni fa, in un contesto storico completamente differente; forse sarebbe caso di prendere atto che molto acqua è passata sotto i ponti!

Foto © Infodifesa.

Monaco ha intrapreso un percorso verso la trasparenza che ha convinto l’ Unione europea ad annoverarla tra gli Stati “white”, basterebbe pensare agli accordi stipulati per lo scambio automatico delle informazioni aventi rilevanza ai fini fiscali, ciò che rende Monaco, al pari della Svizzera, un Paese collaborativo.

Difatti entrambi gli Stati sono presenti nella lista di cui al Decreto del 17 gennaio 2017 in virtù del quale sono qualificati come “collaborativi”, avendo aderito allo scambio di informazioni a partire dal 2018 (con riferimento all’anno fiscale 2017).

Tale qualifica sembrerebbe “stridere” con quanto è stato analizzato in precedenza in relazione alle persone fisiche, dato che da un lato Monaco è “collaborativo” , dall’ altro però è ancora “black” per via della sua fiscalità, particolarmente attrattiva.

Da quanto precede emerge una situazione di evidente incoerenza e di palese discriminazione dei soggetti che intrattengono rapporti con il Principato in quanto oramai è assodato a livello internazionale che il Principato ha acquisito legittimamente la qualifica di uno Stato trasparente,

 Per quanto invece concerne la discriminazione basterebbe ricordare ad esempio che la mancata indicazione da parte delle persone fisiche di attivi detenuti nel Principato nel “famigerato” quadro RW , finalizzato al monitoraggio degli attivi detenuti all’ estero da soggetti persone fisiche residenti in Italia , ed allegato alla dichiarazione annuale dei redditi, è assoggettata ad un regine sanzionatorio molto più oneroso rispetto al regime applicabile ad esempio per gli attivi non dichiarati detenuti in Francia, oppure che i termini di prescrizione per una azione di accertamento da parte della Amministrazione italiana sono raddoppiati rispetto ai normali termini. A quanto precede aggiungasi anche che un attivo detenuto nel Principato e non dichiarato in modo corretto fa scattare la presunzione che l’ attivo in questione sia stato costituito con fondi sottratti alla tassazione, presunzione non applicabile ad esempio ad una analoga situazione con la Francia .

Foto © Gold Avenue.

Quoi faire” ?

La Svizzera, che si trova nella stessa precisa situazione, sta facendo pressioni sull’Italia affinché la situazione descritta possa venire modificata eliminando la Repubblica elvetica dall’ elenco citato all’ inizio.

 Su questo argomento il Consiglio nazionale  svizzero ha chiesto al governo di Berna di attivarsi presso l’ Italia. Non sono al corrente di iniziative intraprese in questo senso dalle Autorità del Principato, iniziative che potrebbero eliminare finalmente la qualifica di”black” attribuita al Principato, colore che non si giustifica per il solo fatto che il Principato in modo virtuoso non tassa i suoi cittadini! Ma siamo certi che è proprio un comportamento negativo da censurare?  

Evangelizzare in nome della pasta

La pandemia di Covid ha rimodellato drammaticamente i consumi e le abitudini alimentari. Mai come in questo periodo Amazon ha venduto ricettari sul pane, persone che non sapevano nemmeno fare un caffè sono diventate cuochi provetti, piatti che sembravano complicati sono diventati preparazioni di tutti i giorni.

Alla preparazione del cibo viene dedicata la gran parte del tempo libero delle persone costrette a passare la vita in casa: esigenza di sopravvivenza, alternativa ai ristoranti chiusi o semplice passatempo? Comunque fosse, i fatti sono lì. A questa domanda le aziende rispondono in vari modi: take away, piatti pronti, lezioni di cucina on line ecc.

Ma c’è un’azienda sorprendente, creata da un italiano (Alessandro Savelli, di origine genovese) che ha scelto Londra – dapprima lavorando nel settore bancario – per lanciare la sua idea. Che consiste in: “non dare ad un affamato un pesce, ma insegnagli a pescare”. Detto-fatto. Savelli ha inventato un concetto: il kit di pasta fresca. Nella scatola ci sono gli ingredienti e la ricetta per confezionare da soli in pochi minuti una miriade di paste fresche una migliore dell’altra. All’inizio era un’attività artigianale, per poi arrivare, dopo un anno di attività, a distribuito un milione di kit, tutto spedito per posta: tempo di consegna, un giorno.

La start-up ha attirato l’attenzione di un colosso come Barilla, che ha sborsato 40 milioni di euro per acquistarla. E Alessandro è rimasto a dirigerla.

È ora di dare un volto al nome: Alessandro Savelli, in un’intervista rilasciata allo strepitoso blog “Forward Fooding” racconta la storia dell’azienda da lui fondata, Pasta Evangelists (al plurale, perché Alessandro ha un socio, Chris Rennoldson).

Nell’intervista Alessandro spiega come ha iniziato l’azienda e esprime le sue opinioni sul ruolo della tecnologia nell’innovazione alimentare. 

Alessandro, da dove nasce l’idea per la tua azienda FoodTech?

Alessandro: Quando sono arrivato nel Regno Unito, sono rimasto incredibilmente deluso dalle scelte di pasta disponibili – sia in termini di scarsità di pasta fresca, sia per la quantità di pasta fatta a macchina disponibile che era, francamente, un mondo lontano da la pasta con cui sono cresciuto in Liguria. Mi rattristava il fatto che le persone fossero diventate compiacenti delle limitate opzioni disponibili e volevo che gli altri sperimentassero la pasta fresca, proprio come la pasta fatta a mano che ero abituato a fare, fin da bambino, con mia nonna. La pasta è molto più di un ottimo prodotto da degustazione: è un mestiere, richiede abilità e maestria, e noi cerchiamo di insegnarlo attraverso i nostri piatti artigianali. Vogliamo aprire le menti delle persone alla miriade di formati e tipi di pasta in tutte le regioni italiane: come degli evangelisti, appunto. Quando un cliente ordina da noi, lo portiamo in viaggio, trasportandolo in Italia, fornendo una storia delle origini di ogni piatto nella nostra brochure del menu e, spero, entusiasmandolo per l’ottima cucina italiana autentica!

In che modo la tecnologia è al centro della vostra attività?

Alessandro: La tecnologia è alla base del nostro intero modello di business. In qualità di azienda di e-commerce, la tecnologia è un fattore abilitante per noi poiché trasforma il modo in cui i consumatori interagiscono con noi, permettendoci di aprire i punti di contatto che possiamo avere con i nostri clienti. È anche fondamentale per alimentare la nostra crescita a causa dei modi in cui ci consente di comprendere meglio i nostri clienti, consentendo una maggiore personalizzazione e servizio, garantendo così che la loro esperienza con noi sia il più semplice possibile. Essere un’azienda tecnologica è davvero entusiasmante per noi perché è in continua evoluzione e, di conseguenza, ci adattiamo e cambiamo continuamente in linea con ciò che vogliono i nostri clienti!

Perché pensi che sia importante vedere l’industria alimentare abbracciare la tecnologia?

Alessandro: Credo fermamente che abbracciare la tecnologia sia fondamentale per una crescita sostenibile a lungo termine per le aziende dell’industria alimentare. È davvero trasformativo. Non solo in termini di utilizzo nello sviluppo della lavorazione e dell’imballaggio e di efficienze complessive di produzione come il controllo degli sprechi, ma anche nell’esperienza di consumo generale. I gusti e le abitudini di consumo dei consumatori sono in continua evoluzione: con un valore crescente attribuito al tempo e alla convenienza, il modo in cui i consumatori acquistano e mangiano sta cambiando. Consentire ai clienti di ordinare con rapidità e facilità, oltre ad offrire maggiori scelte personalizzate facilitate dalla tecnologia è fondamentale. La tecnologia consente alle aziende che operano nel settore alimentare di rispondere a queste mutevoli esigenze e non riuscire ad adattarsi in linea con tali cambiamenti è in definitiva dannoso per la longevità aziendale. 

Certo, i “puristi” fuori dal tempo diranno che la pasta è buona solo se fatta dalla nonna e il vino fatto di uve spremute con i piedi dal nonno.

M il concetto di Savelli, anche se industriale, rimane profondamente artigianale. E questo è un valore aggiunto di un piatto: dà la soddisfazione di qualcosa fatto con le proprie mani. Ciò che è sorprendente è che la grande maggioranza dei clienti di Pasta Evangelists sono uomini. Forse la ragione è la stessa che sta alla base del fatto che i grandi chef sono (quasi) sempre uomini… Può darsi, fatto sta che sempre più inglesi stanno diventando dei bravissimi “pastaioli”? Grazie ad un italiano che ha scelto l’estero per giganteggiare. 

Monaco, Anno Domini 2020

Monaco all’alba. Foto © turismo.it

L’anno sarà ricordato per quello della epidemia. Sono successe tante altre  cose, che qui non ricordiamo; ogni giorno la stampa e la comunicazione di massa ci raccontano la cronaca quotidiana dei fatti, in tutto il mondo.

Il Principato di Monaco ha vissuto anch’esso  questo anno terribile, che era comunque cominciato bene con ottimi auspici: la SBM, da tempo in difficoltà economica si avviava al ristabilimento dei suoi conti, la quarantena ne ha bloccato lo sviluppo.

 Il blocco è stato annunciato dal Principe stesso il 17 marzo.  Nel mese di marzo sia il primo ministro Serge Telle e poi lo stesso principe Alberto sono risultati positivi al Virus, per fortuna guariscono in breve tempo.

Impariamo dalla stampa che Silvio Berlusconi, durante le varie quarantena ha trascorso il suo tempo nella vicina Valbonne, nella villa della figlia Marina. Nel gennaio 2021 ha pure fatto una sosta per controlli al Centro Cardio Toracico di Monaco.

Centro cardio-toracico di Monaco. Foto © Pages Jaunes.

Con l’annuncio del blocco  il Principe ha pure informato che il governo sarà vicino a lavoratori e imprese per limitare al massimo i danni. Infatti molte misure saranno prese, la principale sarà quella denominata “chômage technique”, qualcosa simile alla cassa integrazione italiana.

Il blocco assoluto durerà fino a maggio, sostituito da una regolamentazione relativa alla vita e attività nel Principato.

 Il principe informa che le maschere saranno distribuite gratuitamente ai residenti monegaschi. Molte (maschere) saranno prodotte nel Principato da aziende monegasche. Cosa avverata. Notiamo che a Monaco esiste anche una industria manifatturiera.

Un avvenimento importante era già successo nel gennaio. Monaco ha un nuovo Arcivescovo, si chiama Dominique-Marie David, che prende il posto di Bernard Barsi,  in pensione per limiti d’età.

Monsignor Dominique-Marie David, nuovo arcivescovo di Monaco. Foto © KTO.

Monseigneur David è nato il 21 settembre 1963 in Francia nella diocesi di  Angers. Negli anni 2016/2019 ha vissuto a Roma, come rettore della chiesa di Santa Trinità dei Monti.  

Nel maggio il Principe nomina anche il nuovo capo del governo,  che a Monaco si chiama “ministre d’Etat”. Francese, già prefetto della regione PACA, si chiama Pierre Dartout. Prende il posto di Serge Telle, ministre d’ Etat dal 2016.

Il 2 giugno vengono riaperti i ristoranti. Si cerca di salvare in parte la stagione turistica. Il protocollo è severo, i controlli sono numerosi ed accurati;  a chi sgarra si impone la chiusura temporanea.

A luglio termina l’anno scolastico e i risultati sono buoni, anzi ottimi, nelle scuole monegasche.

In agosto sia pure con tanti limiti riprende l’attività agonistica della squadra di calcio, AS Monaco. Si comincia con buoni risultati.

Si avvicina l’autunno, di fronte alle difficoltà del mercato, provocato dalla situazione sanitaria, la SBM annuncia un piano sociale, che non sarà accettato dai sindacati. La vertenza è in corso.

Nelle vicine valli di la Vésubie, la Tinée, Roja, in ottobre si scatena la tempesta Alex. I danni sono ingentissimi. La situazione è disparata.  Monaco viene risparmiata, ma il Principe e il Principato partecipano con vasti mezzi al soccorso delle popolazioni colpite. 

La Valle della Roja dopo la tempesta Alex. Il Principe Alberto ha messo a disposizione delle popolazioni sinistrate aiuti e mezzi notevoli. Foto © Francebleu.fr

In ottobre è avvenuto l’avvicendamento degli Ambasciatori d’Italia. Ne abbiamo parlato nel Blog (vedi “Notizie dal Principato”).

In novembre, per l’imperversare della epidemia non si decide un nuovo “lockdown”, ma si istalla un coprifuoco.

A dicembre si fanno i conti, per la prima volta dopo nove anni si prevede un bilancio negativo per il 2021. Nella stagione estiva gli incassi si sono ridotti del 50%, e poteva andare pure peggio.

Nel corso dell’anno e fino al 30 gennaio 2021 i decessi a causa del Corona virus, sono stati 11.

I casi riscontrati sono stati 1.430 i guariti 1.196.

La Directory 2021 della Monaco Economic Board, relativa all’anno 2020, distribuita nel gennaio 2021, riassume così la situazione del Principato, secondo i dati ufficiali della  IMSEE.

Superficie: 2 chilometri quadrati

Popolazione: 38.100 abitanti

Numero delle imprese registrate: 5600

Numero dei salariati: 58.000

PIB: 6,6 Miliardi di euro

Pib pro capite: 75.942 euro

Pib per salariato: 114.800 euro.

Questi sono i dati ufficiali relativi al 2019, cioè di prima della epidemia. Per il 2020 bisognerà aspettare.

Qualche dato viene anticipato: nel corso dell’anno il giro d’affari delle imprese monegasche  è calato dello 11,5%. Nei comparti  del turismo, commercio, ristorazione il calo è quantificato al 50%.

 Nel settore immobiliare i valori tengono per le abitazioni private, rallentano in maniera consistente le vendite e gli affitti nel settore rivolto agli affari.

Il grande cantiere del Larvotto, per la costruzione della penisola nella “anse du Portier” continua. Dagli alti piani delle abitazioni con vista mare si possono ammirare i lavori in corso.

Il cantiere di costruzione dell’isola al Larvotto. Foto © Liamar Multimedia.

Il vino nella Bibbia

di Liana Marabini*

Parlare del vino nella Bibbia significa anche fare una panoramica della storia del vino in Terra Santa. Perché la terra di Gesù è una terra di vini. 

L’antica terra di Canaan è culla e luogo di diffusione della coltivazione della vite, ben due millenni prima che la cultura del vino arrivasse in Europa. L’antico Egitto veniva rifornito di vino proveniente dal Canaan già nella prima e nella tarda Epoca di bronzo. Numerose anfore di vino del Canaan sono state scoperte ad Abydos, in Egitto, all’interno delle tombe reali di Umm el-Qa’ab del primo periodo dinastico dell’Egitto (3100 a.C. circa), suggerendo che il vino di Canaan fosse una parte cruciale dei banchetti d’élite.

Le radici bibliche della viticoltura risalgono a 3000 anni a.C. Nella Bibbia troviamo un insieme di regole da compiere per potere coltivare una vigna e la parola “vino” appare 190 volte (il Messia stesso viene paragonato alla vigna).

Geograficamente Israele si è trovato in un crocevia importante, tra Mesopotamia ed Egitto, al centro della strada percorsa dai commercianti di vino che hanno favorito la diffusione delle pratiche di produzione.

Il periodo Romano ha fatto della Giudea e delle città portuali di Ashkelon e Gaza dei centri vitali per la produzione del vino. Per gli Ebrei il vino rappresentava non solo una bevanda, ma un elemento delle celebrazioni religiose e un medicamento. (Per estensione, è ciò che il caffè è per i musulmani ed il tè per i buddisti).

L’importante tradizione vitivinicola della regione svanisce durante il dominio musulmano della Terra Santa: gli ottomani, per i quali era proibito bere vino, continuarono a coltivare le vigne, ma solo per l’uva da pasto. Per qualche secolo la vinificazione cessò. In quel periodo molti vitigni autoctoni scomparvero. 

I Crociati tentarono di re-impiantare delle vigne nei secoli XII e XIII, ma il lavoro si dimostrò più difficile del previsto: erano lì come soldati, non come agricoltori e la vigna richiedeva cure costanti. Perciò semplificarono le cose “importando” i vini dall’Europa. 

Passarono cinque secoli prima di assistere ad un rinnovo radicale della viticoltura in Terra Santa. Il 1848 è un anno importante, perché Rabbi Itzhak Shorr costruì la cantina di Zion a Gerusalemme.

Nel 1852 fu la volta di Rabbi Abraham Teperberg che non solo creò una nuova cantina ma fondò anche una scuola di agricoltura nei pressi di Giaffa. Originariamente chiamata Efrat, la cantina si sviluppò nella Città Vecchia di Gerusalemme a partire dal 1870: in quell’anno Abraham Teperberg fu affiancato da suo figlio, Zeev. Il nome ”Efrat” era basato sul biblico “Efrata shehi Beit Lechem”, la strada attraverso la quale le uve venivano portate in cantina

Qualche anno più tardi, nel 1882, fu avviato un progetto più rappresentativo, la Carmel Winery, una cooperativa che ebbe come fondatore il barone Edmond de Rothschild, leggendario banchiere, filantropo e collezionista d’arte, nonché vignaiuolo bordolese di origine ebraica, che contribuì molto allo sviluppo dell’attività vinicola in Israele. Il barone finanziò importanti iniziative vitivinicole in Terra Santa con lo scopo di farla diventare il cuore produttivo dei vini Kosher per gli ebrei di tutto il mondo. Sfortunatamente un’ondata di caldo bruciò il primo raccolto e l’arrivo della fillossera decimò le vigne, ma poi tutto rientrò nell’ordine nei decenni successivi, con tanta passione e molti investimenti. 

Nella seconda metà del XX secolo, precisamente nel 1982, nasce la Golan Heights Winery, che aveva come principio produttivo il vino di qualità a prezzi accessibili. Il merito va al Professor Cornelius Ough, della California University, che dopo diversi sopralluoghi e analisi del terreno, indicò le alture del Golan come luogo ideale per la coltivazione delle viti. Vi erano riunite tutte le condizioni: posizione, clima e altitudine.

Questa cantina ha il merito di avere fatto da battistrada per una grande, nuova tradizione vitivinicola: perché la Terra Santa è paradossalmente il più antico e il più giovane Paese vitivinicolo al mondo. 

La Golan Heights Winery ha vinto, con i suoi vini, per tre volte la medaglia d’oro del miglior vino al Vinitaly di Torino e, con altre cantine israeliane, è titolare di diversi premi al Concours Mondial di Bruxelles.

Oggi in Terra Santa ci sono più di 300 cantine; i loro vigneti (per tre quarti di uve rosse e un quarto bianche) si estendono su 6.200 ettari e producono in media 350.000 ettolitri di vino all’anno.

I vini bianchi vincitori di tanti premi sono Chardonnay, Sauvignon Blanc e Riesling, Roussanne, Viognier, Colombard, Gewürztraminer, Grenache blanc, mentre i rossi sono: Cabernet, Merlot, Barbera, Mourvèdre, Syrah e Carignan. A questi vanno aggiunti due interessantissimi vitigni autoctoni: Marawi e Argaman.

La Terra Santa presenta una notevole variabilità di zone e climi, con alcune macro aree come la Galilea, la Samaria, il Samson, le Colline della Giudea e il deserto del Negev, ciascuna con microclimi molto variabili, anche ogni 2 o 3 km. Si passa dal mare alle montagne, con incursioni tra valli e deserto. Tutto il vino è rigorosamente kosher.

Vorrei anche segnalare una realtà degna di nota, nella quale sono coinvolti dei talenti italiani, come l’enologo Riccardo Cotarella, di fama internazionale: si tratta della Cantina Cremisan, retta dai Salesiani, che è unica nel suo genere. Qui il vino è prodotto da cristiani, ebrei e musulmani, esattamente come all’inizio, nel 1885, quando Don Antonio Belloni, missionario in Terra Santa, impiantò le prime vigne sui terreni di un monastero bizantino del VII secolo, nella valle di Cremisan, 850 metri sul mare a poca distanza da Betlemme. Il monastero e la relativa cantina si trovano nella cosiddetta zona C, territorio palestinese sotto amministrazione israeliana. Qui la vita non è facile. Ci sono muri altissimi che dividono gli arabi dagli ebrei, limitando la circolazione stradale; ovunque ci sono dei check point, bisogna esibire spesso i documenti percorrendo Betlemme il cui sindaco è cristiano: pur essendo questa una minoranza è ritenuta però capace di garantire un equilibrio pacifico. Queste persone di diverse religioni e culture,  che collaborano giornalmente tra loro per produrre vino, costituiscono la forza vitale delle Cantine Cremisan. Per quanto riguarda i vitigni, solo il 2%  delle uve è di proprietà dei salesiani,  il restante viene dai contadini locali di Beit Jala, Beit Shemesh e l’area di Hebron. Qui tradizionalmente si fa un vino che si chiama “Messa”, che viene usato per la consacrazione (bianco per i Cattolici e rosso per gli Ortodossi). Vitigni internazionali come il Cabernet Sauvignon e Chardonnay sono coltivati da tempo ma i vitigni locali come il Dabouki e l’Hamdani, Jandali e il Baladi sono i vitigni privilegiati per i vini di punta. “Star of Bethlehem” è la linea che sottolinea la località di produzione, in due versioni, bianca e rossa. 

Tornando alla Bibbia, la tramutazione dell’acqua in vino, conosciuta anche come miracolo delle nozze di Cana, è il primo miracolo di Gesù, compiuto durante un matrimonio a Cana di Galilea. L’episodio è descritto nel Vangelo secondo Giovanni (2:1-11).

Nell’Ultima Cena, Gesù ha istituito l’Eucaristia, usando gli elementi del pane e del vino nel contesto del pasto pasquale: “Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me»” (Matteo 26:26-28). Queste due frasi evidenziano la ricchezza simbolica del calice e del vino sui quali, non senza ragione, vengono pronunciate le parole dell’istituzione con una formula più articolata di quella pronunciata sul pane così da far emergere il fondamentale significalo sacrificale dell’eucaristia. Il calice e il vino trovano ampio spazio nel linguaggio di Gesù quando parla del suo regno e del suo sacrificio per sigillare la nuova ed eterna alleanza. “Non si mette vino nuovo in otri vecchi” (Matteo 9:17). “Potete bere il calice che io sto per bere?” (Matteo 20:22).

San Giovanni Paolo II con il calice della Messa. Foto© Pinterest.

Il Salvatore nobilita il vino e gli conferisce un valore transcedentale, facendolo diventare un aggregatore di simboli, un coagulo di cultura materiale e immateriale, un ponte accessibile verso la fede. La nostra fede.

  • Liana Marabini è produttore di cinema, editore, storica dell’alimentazione, scrittrice, mecenate, nonché mia diletta moglie. Pubblicherò ogni tanto articoli da lei scritti, usciti già su altre testate giornalistiche con le quali collabora. Questo articolo è stato pubblicato già sulle pagine della Nuova Bussola Quotidiana a gennaio 2021.

Un libro sconvolgente

Sanary-sur-Mer è il luogo dove si svolge l’azione. Sanary, circa 17.000 abitanti, si trova fra Tolone e Marsiglia, sul mare, in quel tratto di costa che contiene anche Bandol e Saint-Tropez.

Nelle alture ci sono le due ville contigue con una grande piscina, dove d’estate si raccolgono i vari componenti della “familia grande” (in spagnolo), che si riferisce al nome dato alla grande tribù che ruotava attorno alla coppia formata da Olivier Duhamel ed Evelyne Pisier, la madre di Camille Kouchner, l’autrice del libro. Il legame con la lingua spagnola è motivato dalla storia di questa strana famiglia, legata a doppio filo con il comunismo sudamericano, il primo fra tutti quello cubano.

Foto © ViaMichelin.

Il nucleo della famiglia è composto da Evelyne Pisier, moglie divorziata da Bernard Kouchner (co-fondatore di “Médecins sans frontières” e di “Médecins du monde” e che sarà, fra le altre cose, anche ministro nel governo Sarkozy), ora risposata con Olivier Duhamel.
Quest’ultimo è un grande intellettuale, costituzionalista di successo, avvocato e consigliere dei politici al governo, presidente di istituzioni di prestigio, già deputato sia a Parigi, che al Parlamento europeo.
La coppia Evelyne e Olivier è spumeggiante e debordante, entrambi pieni di fascino, con amici importanti e molte relazioni altolocate. Sono impegnati su tanti fronti, a sinistra, naturalmente. Evelyne ai tempi di Castro era stata a Cuba ed aveva avuto una relazione amorosa col lider maximo, poi aveva fatto carriera come saggista e docente universitaria.
Con loro ci sono i figli che Evelyne ha avuto da Kouchner: Camille e i suoi fratelli di cui uno è suo gemello. Camille è nata nel 1975, “Victor” è fratello gemello. Hanno fra i 10 e 15 anni ai tempi dei fatti raccontati. Poi c’è la zia, sorella di Evelyne, Marie-France Pisier, grande attrice di teatro e di cinema, col marito e i suoi figli.

Sanary-sur-Mer.

Poi tanti amici, chi da Parigi, chi da Nizza. Tanti altri da Sanary affollavano la piscina, adulti accompagnati dai figli.
Questa piscina è lo sfondo di grande parte del racconto. Da qui Camille fa intravvedere “un universo licenzioso dove gli adulti, spesso senza costume da bagno, intorno alla piscina, impongono giochi osceni e scherzi ai bambini, dove le foto dei componenti della famiglia, nudi, adornano i muri, e dove viene lodata la sessualità precoce, in nome di una libertà mal assimilata.
Verso la metà del libro, appare il terribile segreto, quando “Victor” – un nome falso scelto per proteggere la sua privacy – confida alla sua gemella delle visite notturne di Olivier Duhamel, il loro patrigno: “Là, nel stanza, è venuto nel mio letto e mi ha detto: ‘Te lo faccio vedere. Vedrai, lo fanno tutti’. Mi ha accarezzato e poi sai … “

I protagonisti del libro. Foto © Youtube.com

I fratelli comunque decidono di tenere segreto l’incesto e di non rivelare i fatti alla loro madre, per proteggerla perché in quel momento è molto vulnerabile, soffre di depressione.

Per vent’anni viene mantenuto il segreto, col suo carico di senso di colpa dei gemelli.
Quando poi dopo venti anni la cosa viene portata alla luce, la madre e il padre non ne fanno una tragedia, forse considerano che non era poi tanto grave. L’unica persona che è vicina ai ragazzi è Marie-France Pisier, la zia, che cerca di sensibilizzare la sorella e di convincerla lasciare il marito, cosa che Evelyne si rifiuta di fare e toglie pure il saluto a Marie-France.

Marie-France Pisier, grande attrice e zia dell’autrice: l’unica che ha creduto alla storia dei nipoti e ha offerto loro il suo appoggio. Morta misteriosamente, annegata in fondo alla piscina di casa. Foto© Elle.

Camille sospetta che, nel loro ambiente, molti sapessero, ma hanno fatto finta di nulla.
Il libro è la storia di questo tormento: dove si svelano i comportamenti quanto mai discutibili e lo squallore, sul piano morale di tanta parte di questa borghesia progressista, che in Francia, ma anche altrove, imperversa nelle università, nelle professioni legali, nella stampa e nelle televisioni, in tutta l’industria culturale. Tanto potere ma anche tanti soldi e lauti stipendi.
Verso gli anni ’90 crollano i miti della rivoluzione, ma ci si consola col potere conquistato.
“Dès 1990, la gauche révolutionnaire le cède à la gauche caviar” (pagina 111).

La familia grande di Camille Kouchner. Seuil 2021.

La non appartenenza di Monaco all’UE si riflette sulla fiscalità delle vincite al Casinò

Foto© Roulette.be

La non appartenenza di Monaco all’Unione europea* ha numerosi risvolti, alcuni di notevole rilevanza, altri invece marginali. 

È proprio ad uno di questi che è dedicato questo commento, che tratta un aspetto che probabilmente interessa poche e fortunate persone, ma che pone in evidenza una delle tante criticità collegate alla non appartenenza alla U.E. 

Ci si riferisce alle vincite che un fortunato cittadino italiano residente in Italia realizza giocando al Casinò di Monte-Carlo, vincita che è soggetta a tassazione, così come lo sarà a breve una vincita ottenuta in un Casinò d’oltre Manica: ciò in quanto la legislazione fiscale italiana qualifica le vincite  ottenute dal cittadino residente in Italia nei casinò situati in Paesi extra Ue o non aderenti allo Spazio economico europeo, quali redditi diversi da assoggettare a tassazione nel nostro Paese, mentre sono esenti da tassazione le  vincite ottenute in Italia, negli Stati Ue o aderenti al Spazio economico europeo.

Il Casinò di Monte-Carlo nel 1900. Foto © Monaco Channel

Recentemente su questo argomento si è espressa la  Cassazione con la sentenza n. 24589, depositata il 31 agosto 2020, coinvolta in questa questione conseguentemente ad una cospicua vincita, circa 1un milione e mezzo di euro, ottenuta da un cittadino italiano residente in Italia, importo che il fortunato vincitore non aveva dichiarato, sulla base del presupposto che una vincita realizzata all’estero non poteva subire una tassazione più elevata rispetto ad una vincita realizzata in Italia.

Sia in primo che in secondo grado l’imputato soccombe, ciò nonostante il fortunato giocatore decide di ricorrere in Cassazione, la quale perviene alle stesse risultanze dei precedenti gradi di giudizio.

Il Casinò di Monte-Carlo oggi. Foto © Visitmonaco

La Cassazione ricostruisce il quadro normativo, in particolare con riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia della Comunità europea del 2014, cause riunite C-344/13 e C-367/13 ed alla successiva legge europea 2015-2016 che ha infatti modificato la tassazione IRPEF delle vincite conseguite presso casinò situati nello Spazio economico europeo, assimilandola a quella applicabile alle vincite presso case da gioco nazionali. 

Successivamente alle modifiche normative  “le vincite corrisposte da case da gioco autorizzate nello Stato o negli altri Stati membri dell’Unione Europea o in uno Stato aderente all’Accordo sullo Spazio economico europeo non concorrono a formare il reddito per l’intero ammontare percepito nel periodo di imposta”.

È quindi di tutta evidenza che una vincita realizzata fuori dall’Unione europea è legittimamente assoggettata a tassazione. Rimane però aperta una questione, riguardante la determinazione della base imponibile: in sintesi l’intera vincita è tassata oppure può essere dedotto il costo della vincita, cioè le giocate fatte per arrivare alla vincita? In effetti quante “fiches” avrà dovuto acquistare il fortunato giocatore prima di vincere un milione e mezzo di euro ?

La Cassazione disconosce nella Sentenza la possibilità di dedurre dalla vincita l’ammontare delle spese sostenute per realizzarla, inoltre nella Sentenza, che rigetta il ricorso, vengono sviluppate a giustificazioni del rigetto riflessioni relative ai fenomeni di riciclaggio, di auto riciclaggio e alla fuga di capitali all’ estero.

Foto © Amazon.com

In effetti però qualche giudice di merito avrebbe riconosciuto la possibilità di dedurre dalla vincita lorda una somma a titolo di spese sostenute, ed una apertura in questo senso da parte dell’Agenzia delleEntrate sembra peraltro emergere anche dalla lettura della sentenza in commento, ove all’imputato è stato riconosciuto in sede di adesione un abbattimento dell’imponibile nella misura del 33% a titolo di provvista utilizzata dal giocatore (quale costo sostenuto per l’acquisto delle fiches).

Questo articolo è stato redatto con il contributo di Alberto Crosti, dottore commercialista, con Studio a Milano e Mentone. Email: dr.crosti@libero.it 

Casinò di Mentone. Foto © JEUCASINO.com

* Il Principato e l’Unione Europea

Sono in corso negoziati fra Monaco e l’Unione Europea.  Non si tratta della eventuale entrata del Principato nell’Unione, cosa assolutamente fuori discussione; tuttavia sta venendo alla luce il problema dei rapporti fra l’UE e i piccoli Stati, per i quali sono previste regole comuni. Negoziati in corso sono pure con Andorra a San Marino. Il Lichtenstein è uno Stato associato alla Svizzera, e quindi fuori da questa problematica. I trattati fra Monaco  e la Francia avevano fino ad un certo punto regolato la questione, ma, in virtù del diritto comunitario così come si è evoluto, uno Stato membro non può avere rapporti speciali e privilegiati con Stati fuori della EU.

I micro Stati europei. Foto © Wikipedia.

La situazione è complessa dal punto di vista giuridico, comunque sta il fatto che Monaco non ha ancora nessun rapporto di associazione con l’Unione Europea, con la quale tuttavia ha legami economici di grande rilevanza; non solo, ma il Principato offre lavoro a più di trentamila residenti in UE e costituisce, come abbiamo già rilevato altrove, un enorme bacino di occupazione, fatte le debite proporzioni, a favore di Stati dell’UE. I cittadini monegaschi tuttavia, a parte i rapporti con la Francia, sono, in teoria, extracomunitari e potrebbero avere difficoltà a lavorare e studiare i negli Stati dell’Unione europea, così come potrebbero esserci ostacoli alla libera circolazione di merci provenienti o prodotte da Monaco.

I negoziati sono iniziati nel 2013 e si prevede che potranno prolungarsi ancora per qualche anno; nel frattempo le cose vanno avanti come sempre sono andate, con molto senso pratico. Pertanto, poiché c’è l’intenzione e l’opportunità di regolare le cose, molti ritengono che il Principato dovrà impegnarsi in una intesa che tuteli comunque i suoi interessi e le sue specificità.  

Cosa è e come funziona l’Unione europea. Foto © isrlaspezia.it

Vi è una certa preoccupazione negli ambienti politici per timore che venga chiesto al Principato di ammorbidire le sue regole circa il controllo dell’apertura di attività imprenditoriali, l’esercizio delle professioni, la preferenza nazionale nell’impiego e il conferimento della cittadinanza.

Non tutti a Monaco sono d’accordo circa la necessità di avviare questi negoziati. La preservazione delle specificità di Monaco, che hanno garantito il grande successo economico del modello, è ritenuto essenziale.

Altri ritengono che al Principato si aprano grandi opportunità di sviluppo ulteriore con l’associazione e che la preservazione della specificità non corra pericoli anche se forse sarà necessario qualche aggiustamento.

Il dibattito è aperto fra le varie associazioni imprenditoriali, il governo, il Consiglio nazionale, gli ordini professionali, che si sono già mobilitati, e i sindacati. Il Principe non si è ancora pronunciato: spetta a lui l’ultima parola.

Infatti in una intervista apparsa su Monaco-Matin il 14 novembre 2015 il Principe rassicura i monegaschi: l’accordo è auspicabile, ma non al prezzo di sacrificare l’identità del Principato.

“On ne sera pas mangé par l’ogre européen”. [“Non ci lasceremo divorare dall’orco europeo”, nda].

Chiose sul vino / 2

Che vino bere con la pizza?

Noi credevamo la birra, così come fanno i napoletani. Chi meglio di loro, che hanno inventato la pizza, almeno quella ora universalmente conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, può stabilire la migliore combinazione cibo/bevanda per quanto riguarda la pizza?

No, secondo l’autorevole periodico on-line FIGARO.fr VIN, la pizza si deve accompagnare con Champagne. La segnalazione è ricorrente, l’ultima è quella del 5 Novembre 2020.

 Nel caso della Margherita – ma la regola vale anche per le altre pizze purché fatte a regola d’arte e secondo la tradizione – si ha il gusto della pasta, cotta nel forno e fatta secondo regole immutabili, il gusto fresco, persistente del basilico il grasso del formaggio, la salinità del pomodoro richiedono un contrasto con un vino bianco vivace e stuzzicante che esalti il cibo. Chi meglio dello Champagne?

Fra gli Champagne quali? Laurent-Perrier e Moët & Chandon. Il sommelier consultato per l’occasione si chiama Enrico Bernardo, italiano, premiato migliore sommelier del mondo nel 2004, titolare a Parigi di un ristorante italiano stellato (una stella), che si chiama “Il Vino”.

Il nostro parere, come appassionato di vino, è che lo Champagne, come gli spumanti classici italiani, brut, possono essere bevuti con qualunque cibo non dolce. Io ci metterei anche il Prosecco, brut.

La birra, però…

Servono gli scioperi?

Le cronache dal Principato ci segnalano immagini insolite da queste parti del mondo: proteste di salariati di fronte al Grand Hotel Hermitage. La notizia è riportata su Monaco -Matin del 23 Dicembre 2020, vi è una foto che mostra i salariati che esibiscono un cartello di protesta dove sta scritto: “Ciü forti ünseme, viva munegu”.

Che lingua è? È monegasco ! Ricordiamo che il monegasco è lingua nazionale. Viene studiata obbligatoriamente nelle scuole del Principato e può essere portato come materia all’esame di maturità. In questa lingua viene cantato l’inno nazionale ed esortata la squadra di calcio. Daghe Munegu” (forza Monaco, dai Monaco). Il giornale Le Figaro ha perfino dedicato un articolo, nel 2017, per spiegare questa espressione. Altre informazioni sul monegasco si possono trovare in altri articoli del blog e soprattutto nel mio libro. Alla fine di questo articolo si trova una spiegazione più ampia dell’argomento*.

Tonando alla manifestazione  dei salariati abbiamo appreso che è in corso una vertenza fra la SBM e i sindacati in merito al piano di ridimensionamento dell’impresa a causa del COVID 19. I lavoratori non sono d’accordo e da qui è scaturita la vertenza.

Noi non entreremo in merito alla questione, ma cogliamo l’occasione per illustrare ai nostri lettori, soprattutto quelli lontani, come funzionano nel Principato le relazioni fra organizzazioni delle imprese e quelle dei lavoratori

Organizzazione degli imprenditori

Il Principato, pur essendo di dimensioni territoriali limitate, ha tutti i requisiti e le funzioni di uno Stato di grandi dimensioni. Come tale è pertanto strutturato e le piccole dimensioni non limitano gli spazi della sua attività.

Ci sono imprese, imprenditori e lavoratori e, come in ogni Paese democratico che si rispetti, gli imprenditori sono organizzati in associazioni padronali e i lavoratori in sindacati. Non tutti sono associati, ma quelli che lo sono, qualora raggiungano un certo numero di consensi, assumono posizioni di rappresentanza per tutta la categoria.

Così succede anche in Italia: non tutte le imprese sono aderenti alla Confindustria, ma questa, una volta raggiunta una certa consistenza organizzativa, rappresenta il mondo dell’impresa nel suo insieme, soprattutto nei rapporti con le amministrazioni pubbliche e i sindacati.

Creata nel 1945, l’organizzazione degli imprenditori monegaschi si chiama FEDEM – Fédération des Entreprises Monégasques – è l’equivalente monegasca del MEDEF – Mouvement des Entreprises Françaises – l’organizzazione delle imprese francesi.

Alla fondazione il nome dell’associazione era “Fédération Patronale Monégasque”, ma nel febbraio 2014 ha modificato il suo nome in quello attuale. Si è trattato di un evidente contributo al “politicamente corretto” in quanto il termine “patronal” suonava un po’ conservatore e paternalistico e non rispecchiava più la realtà delle imprese monegasche, molte delle quali sono quotate in borsa o filiali di multinazionali. Si tratta di un organismo interprofessionale senza scopo di lucro e si interessa  dei problemi e delle questioni che riguardano i propri associati. È diretto da un “Bureau fédéral”  eletto periodicamente in una assemblea generale dei sindacati padronali affiliati. I sindacati professionali sono una trentina  ai quali si aggiungono 80 membri corrispondenti, che sono aziende associate a titolo individuale per rinforzare la rappresentanza imprenditoriale. Le aziende associate  sono circa 800, di ogni tipo e dimensione, le quali complessivamente danno occupazione  a circa 22.000 persone, sul totale dei 52.000 salariati del Principato.

La FEDEM è l’interlocutore privilegiato delle Autorità monegasche nei riguardi delle imprese; come partner sociale è abilitata a discutere e negoziare l’insieme delle norme relative alla “Convention Collective Nationale du Travail” (il contratto di lavoro nazionale). Gli argomenti in discussione, oltre ai salari e le condizioni  di lavoro riguardano in generale  tutti i problemi dell’impresa, fino ad includere la politica degli alloggi e i trasporti. La FEDEM veglia in permanente affinché non venga danneggiata la competitività delle imprese monegasche, che, ricordiamo, operano spesso in un contesto difficile e conflittuale. In particolare in passato – e tuttora – hanno fatto in modo che l’orario di lavoro non andasse sotto le 39 ore settimanali (contrariamente alla Francia dove sappiamo che l’orario settimanale stabilito per legge è di 35 ore). Sono state evitati eccessive indennità di licenziamento, sono stati tenuti bassi gli oneri sociali, si è fatto in modo che la giurisprudenza del Tribunale del lavoro fosse più favorevole alle imprese. La tutela dell’impresa, ad ampio raggio, è pertanto lo scopo essenziale della associazione.

Oltre a questo vi è la rappresentanza di 200 mandatari della FEDEM che siedono in posti chiave delle varie organizzazioni dello Stato. Elenchiamo uno per uno questi organismi amministrativi, che ci aiuteranno a capire la complessità dello Stato Monegasco e la sua struttura.

  • Conseil Economique  & Social : consiglio economico e sociale, massimo organo consultivo par il governo  quando si devono prendere decisioni  in questi settori: economia, finanza, commercio, turismo e industria. Si compone di 36 persone, 12 designate dal governo per la loro competenza, altre 12 su indicazione della FEDEM e 12 dai sindacati dei lavoratori.
  • Caisse de garantie des Créances des salariés : cassa di garanzia dei crediti dei salariati.
  • Tribunale del lavoro : i componenti di questo tribunale sono 24 designati dai lavoratori e 24 dai datori di lavoro. Il presidente e il vicepresidente sono eletti a maggioranza dalla assemblea. A questo tribunale si dà molta importanza ai fini di garantire la pace sociale. Nel mese di maggio del 2016 é stata celebrata con un certa solennità il 70° anniversario della fondazione, alla presenza del Principe, del governo e di tanti notabili, in un luogo prestigioso, la sala Belle Epoque de l’Hotel Hermitage.
  • Cour supérieure d’Arbitrage, ufficio giudiziario, istituito fin dal 1948, per regolare i conflitti collettivi di lavoro, quando tutte le altre possibilità sono state esaurite.
  • Comité  de Contrôle des Caisses Sociales Monégasques: queste casse sono quattro (CCSS-CAR-CAMTI-CARTI) ed insieme costituiscono il Wellfare State di Monaco, cioè il sistema assistenziale obbligatorio per salariati e lavoratori indipendenti. Viene finanziato da contributi legati ai salari (i cosiddetti oneri sociali), pagati da imprenditori e lavoratori.
  • Comité financier de la Caisse Autonome de Retraite.
  • Association monégasque de Retraite par Répartition.
  • Association Monégasque pour la structure financière.
  • Chambre de développement  Économique de Monaco: questa organizzazione è una grande agenzia per lo sviluppo e il consolidamento dell’economia monegasca, la sua internazionalizzazione e la cura dell’immagine per attirare capitali esteri. Nel 2015, il 14 settembre, si è potenziata e trasformato in Monaco Economic Bord con due bracci operativi: la Monaco Chamber of Commerce e Monaco Invest. Il gruppo dirigente di questo organismo coinvolge tutti i protagonisti delle attività politiche ed economiche del Principato e naturalmente gli imprenditori della FEDEM sono ben presenti.
Hotel Hermitage. ©Foto: VisitMonaco.

 La partecipazione a questi organismi comporta pure la presenza in varie “Commissions Paritaires” che intervengono in merito a tutti i problemi  economici e sociali che possono sorgere a Monaco, e agli eventuali conflitti che possano scaturire.

Gli imprenditori monegaschi che aderiscono alla FEDEM partecipano a vari livelli alla vita economica ed anche politica  del Principato e ne sono dettagliatamente informati mediante una continua comunicazione, sia ad personam sia tramite il proprio giornale Monaco Business News. Fra  tante altre cose possono usufruire di un’assistenza giuridica specialistica in diritto del lavoro, quanto mai necessaria vista la relativa complessità della materia. Hanno diritto ad un accesso privilegiato alla formazione professionale e ai vari contributi governativi previsti a riguardo.

Le imprese rappresentate

La FEDEM rappresenta tutte le imprese, mentre la Confindustria italiana, prevalentemente orientata verso l’industria manifatturiera, non raggruppa commercianti, artigiani e le aziende piccolissime, che sono organizzate in associazioni diverse ed autonome.

Scorrendo l’elenco delle associazioni di imprese aderenti  alla FEDEM ci si rende conto della complessità del tessuto produttivo del Principato. Vediamo quali sono: commercianti ed artigiani, (particolarmente numerosi); aziende collegate alle energie rinnovabili ed alla Ecologia; agenzie immobiliari; orologeria e gioielli; moda (Chambre Monégasque de la mode); assicuratori; yachting; nuove tecnologie; shipping, cioè trasporti marittimi, armamenti battelli di ogni tipo, intermediazione per acquisti e vendite di ogni tipo di imbarcazione; accessori per auto; aziende interinali; agenzie di viaggio; arredamento ed architetture d’interni; agenzie di prevenzione e sicurezza; società di intermediazione e brokeraggio; agenzie di comunicazione: pubblicità e gestione spazi; aziende chimiche e farmaceutiche; grossisti  ed aziende alimentari; trasporti; società di pulizie e manutenzione; aziende produttrici di articoli sanitari; arti grafiche ed affini; attività nautiche   e di canottaggio; trasformazione materie plastiche; metallurgia e lavorazione del ferro; centri di affari. Altre associazioni professionali, nate dello sviluppo dell’informatica, sono in corso di adesione. Non fanno parte della FEDEM e sono raggruppate a parte le aziende edili, di costruzioni e lavori pubblici: Chambre Patronale du Bâtiment (301 aziende e quasi 7000 dipendenti e circa un miliardo di giro d’affari complessivi). Comunque fino al 2012 la la Chambre du Bâtiment ha fatto parte della FEDEM. 

Anche in Italia le aziende edili sono a parte e  associate in “Collegi di Costruttori”. La loro associazione nazionale, ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) tuttavia fa parte della Confindustria, pur essendo autonoma.

Problematiche ovvero criticità

Come abbiamo già avuto modo di notare, a Monaco fare l’imprenditore non significa avere vita facile, pur essendo la fiscalità dolce e l’ambiente relativamente favorevole all’impresa. Nel Principato la regolamentazione dei rapporti di lavoro e il peso della burocrazia sono meno opprimenti che in Italia e Francia; le difficoltà dell’impresa sono diverse.

Prima di tutto una cronica carenza di spazio che limita fortemente le possibilità di espansione e l’insediamento di nuove attività;  inoltre  ci sono i problemi dei trasporti, per il grande afflusso di pendolari che ogni giorno ostacola la circolazione spesso intasata per lavori continuamente in corso. L’alto costo degli immobili per abitazione e/o affitto limita l’espansione e rende difficile a volte il reclutamento di personale qualificato, che spesso non è in grado di permettersi di pagare gli affitti elevati delle abitazioni monegasche. 

Negli ultimi  anni la crisi generale a livello planetario  ha colpito anche a Monaco le industrie manifatturiere il cui declino è ritenuto inevitabile ed infatti il numero di operai si è molto ridotto.  Malgrado ciò le imprese di Monaco, nel complesso, hanno aumentato l’occupazione attraverso un ricambio e sostituzione fra operai e tecnici  qualificati. Sfortunatamente non si tratta delle stesse persone e resta il problema di come collocare gli esuberi  eventuali delle aziende manifatturiere.

La fabbrica di cosmetici Coty, sede di Monaco. ©Foto Fashion Network.

Le trattative in corso con l’Unione  Europea sono anch’esse fonte di preoccupazione.

La FEDEM ritiene, a ragione a nostro parere, che il modello Monaco è quello di un successo e che vadano preservati la relativa flessibilità del sistema e la sua specificità. Ma sulla flessibilità i sindacati non sono tanto d’accordo.

I sindacati dei lavoratori

Dal 1944 è attivo a Monaco la USM, Union des Syndicats de Monaco, nato nel secondo dopoguerra durante il periodo di transizione un po’ convulso che ha fatto seguito al ristabilimento della democrazia nel Principato dopo l’occupazione germanica.

Per un breve periodo i comunisti francesi, con alleati monegaschi, hanno esercitato una certa influenza e sono arrivati fino al punto di chiedere l’abolizione del Principato e l’annessione alla Francia.(Vedi Histoire de Monaco, di Thomas Fouilleron a pagina 318). Poi tutto rientrò rapidamente nell’ordine, grazie a De Gaulle, agli americani e soprattutto all’attaccamento dei Monegaschi alla loro Monarchia.

Tuttavia il sindacato si confermò come interlocutore del Padronato e delle istituzioni governative. La USM nasce come affiliata al potente sindacato francese CGT, allora, e ancora, di ispirazione comunista.

La USM aderisce comunque ad un’ideologia di sinistra radicale e  si considera un sindacato di lotta, antagonista nei riguardi del padronato col quale non è possibile alcuna collaborazione in quanto avversario di classe. Ogni accordo eventuale viene considerato una tregua che rispecchia, in un dato momento, il rapporto di forza fra le due classi antagoniste. 

Gli iscritti all’USM sono circa 2.500, su oltre 50.000 salariati del Principato. Da alcuni anni è venuto alla luce un secondo sindacato, la Fédération des Syndicats des Salariés de Monaco, FSSM, che vanta circa 600 aderenti. Questo sindacato si proclama “riformista”.

Entrambe le organizzazioni si ritengono di continuo impegnate nella difesa ad oltranza dell’occupazione e nella richiesta di regolamentare il lavoro ritenuto precario o temporaneo. Comunque l’oggetto maggiore della pressione dei movimenti sindacali riguarda ll superamento dell’art. 6 della Legge n. 729 del 16 marzo 1963 che si occupa di contratti di lavoro, che consente il licenziamento senza motivo. (Le contrat de travail à durée indéterminée – CDI – peut toujours cesser par la volonté de l’une des parties. Il prend fin au terme du préavis).

E gli italiani?

Come abbiamo avuto modo  di parlare in altre occasioni, gli imprenditori italiani di Monaco hanno promosso, dal 2003, l’Associazione degli Imprenditori Italiani del Principato di Monaco : A.I.I.M. (www.aiim-asso.mc). Non si tratta di una associazione che offre servizi: svolge attività culturale, di relazione e di comunicazione a sostegno a tutte le iniziative economiche che interessano gli italiani e l’Italia nel suo complesso, favorendo inoltre interazione e contatti.  Comprende oltre 200 associati ed accoglie  anche professionisti ed aziende non ubicate a Monaco, ma che hanno prospettive di investimento, lavoro ed interessi nel Principato.

La AIIM, aderisce tramite la sua pubblicazione, Monaco Imprese, al SYCOM, Syndicat Monégasque de Professionnels de la Communications, che a sua volta fa parte della FEDEM.

Tuttavia aziende a presenza e direzione italiana sono numerose iscritte alla FEDEM e molti italiani occupano posizioni direttive all’interno di sindacati padronali. Ricordiamo che secondo alcune ricerche le aziende con prevalente capitale italiano rappresentano circa più di un terzo delle attività economiche del Principato.

Nel marzo 2016 è stato firmato, solennemente, un accordo di cooperazione fra il MED ( Monaco Economic Board, già CDE, www.meb.mc) la stessa AIIM e un nuovo soggetto italiano, Sportello Italia, impresa  di servizi finalizzata all’assistenza di aziende italiane  già operanti nel principato o desiderose di installarsi.(www.sportelloitalia.com)

La stampa locale, soprattutto Monaco-Matin (03.03 .2016) ha dato un  certo risalto all’avvenimento per sottolineare il sempre costante sviluppo delle relazioni con l’Italia.

*Il Monegasco, la lingua nazionale

Monaco ha una lingua ufficiale – il francese – e questo fatto è stabilito nella Costituzione (art 9): “La langue française est la langue officielle de l’Etat”.

Fino al 1860 la lingua ufficiale di fatto era stata l’Italiano  anche se non c’era allora una Costituzione che lo stabilisse. Nel 1860  con l’annessione della Contea di Nizza alla Francia, insieme Mentone e Roccabruna, sui quali il principe di Monaco accampava diritti, queste terre diventano parte dell’allora Impero francese e il francese ne è unica lingua ufficiale. L’Italiano continuava a sopravvivere nelle scuole e grazie all’immigrazione di lavoratori  venuti numerosi dal Piemonte e dalla Liguria attratti dalle opere imponenti che avrebbero dato vita a Monte-Carlo.

Tuttavia questi immigrati, che non erano andati a scuola, non parlavano italiano; ma i loro dialetti, liguri o piemontesi, erano molto simili al monegasco, più facile da imparare che il francese. Anche i monegaschi allora fra di loro parlavano il dialetto, l’italiano e il francese era accessibile solo a chi aveva studiato. Così la comunità di parlanti il monegasco si accrebbe grazie all’apporto di nuovi venuti e il massimo di questa espansione si ebbe a cavallo fra il 1800 e il 1900. Nel nuovo comune di Beausoleil, scaturito nel 1904, dalla secessione da La Turbie, divenne la lingua di uso comune.

©Foto: Altritaliani.

Le cose poi cambiarono, Monte-Carlo ebbe un grande sviluppo turistico, urbanistico ed economico, divenne il luogo preferito di villeggiatura delle élite di allora. La popolazione aumentò di molto,  era di 1.200 anime nel 1861 e 15.500 nel 1903. I servizi e le esigenze del pubblico cosmopolita si fecero sempre più raffinati e costosi. La  scolarizzazione di massa e la frequentazione di persone di alto livello sociale e culturale, provenienti da tutta l’Europa, portarono alla veloce introduzione del francese anche come lingua d’uso corrente e popolare.

La pratica del dialetto, che allora non aveva alcuna dignità culturale e veniva considerato un ostacolo sociale a carriere ed impieghi, divenne limitato e si restrinse alla popolazione della Rocca  dove vivevano i monegaschi autentici, avviati a divenire una minoranza nel loro Paese.

Bisogna arrivare agli anni Venti del ‘900 affinché inizi un processo di reazione al declino definitivo della parlata monegasca. Nasce il Comitato nazione della tradizione monegasca (Cumitau Naçiunale de Tradiçiue Munegasche) ed alcuni intellettuali scrivono in monegasco (Louis Notari: “A legenda de Santa Devota”. Santa Devota è la patrona del Principato, l’opera di Notari viene considerata il poema nazionale.

Notari (1879 – 1961) fu il vero artefice della rinascita  della lingua, scrisse pure l’inno nazionale. Ingegnere ed architetto diplomato al Politecnico di Torino, non ricostruì solo la lingua, ma tante parti del Principato e partecipò attivamente alla vita politica. Nel secondo dopoguerra, negli anni Settanta, la lingua monegasca viene introdotta obbligatoriamente nelle scuole del Principato, dove, naturalmente si studia in francese, ma sono obbligatori l’inglese e il monegasco. Sono pure previste altre due lingue straniere, una di queste è di solito l’italiano. A nostro avviso, l’italiano non dovrebbe essere considerata lingua straniera in quanto fa parte del patrimonio storico del Principato, molto vicino alla parlata locale.

Louis Notari, il padre della letteratura in lingua monegasca. ©Foto: Monaco

Il monegasco è pertanto una lingua italica o più esattamente gallo-italica, l’erede della parlata dei genovesi che occuparono la Rocca nel lontano 8 gennaio 1297. La lingua si è preservata fino ad oggi anche se vi sono stati cambiamenti, modifiche e interazioni con le parlate circostanti; nei luoghi vicini non si parlavano dialetti liguri ma provenzali, definiti dai linguisti liguri-provenzali. Simili ma non uguali e non sempre intercomprensibili.

La lingua di Genova ha avuto nei secoli una grande diffusione grazie al dinamismo dei suoi mercanti, banchieri e marinai. In Corsica, in Sardegna vi sono località dove ancora lo si parla. In passato è stato presente in Tunisia, a Gibilterra. Il dialetto di Buenos Aires è stato infarcito di parole liguri. Lo si parla ancora a Genova e in Liguria, ma non possiamo prevedere per quanto tempo ancora.

C’è chi si batte per la sua sopravvivenza, ma solo a Monaco ha acquisito dignità letterarie e uno status di lingua nazionale. Vi sono pure dizionari, grammatiche, fumetti di Tintin, reperibili alla FNAC di Monaco e un libro sul Papa, “Joseph e Chico” ün gato chœnta a vita de Papa Benedetu XVI” pubblicato dalla Liamar Editions Monaco, reperibile presso la casa editrice. 

Lingua italica dunque, l’alfabeto è composto di 23 lettere, le stesse della lingua italiana e non vi sono pertanto le lettere k, w e x. Le vocali si pronunciano come in Italiano quindi la “u” si pronuncia u non ü come in francese. La “e” e la “o” sono in generale più chiuse che aperte. Esiste il suono “û”. I dittonghi si pronunciano come in Italiano, cioè distaccando i suoni delle singole vocali, quindi aiga, che vuol dire acqua, si dice a-i-g-a. Anche le consonanti si leggono come in italiano. C’è qualche problema con la pronuncia della “r” fra due vocali. La pronuncia esatta può essere recepita solo da un monegasco che parli monegasco. La “j” si pronuncia invece come in francese. La “c” ha anche il suono “ç”  vedi  “tradiçiun”. L’accento tonico è di solito sulla penultima sillaba. 

Potete ora leggere correttamente e tranquillamente: “U luvu perde u pûu ma non u viçi”; 

Siccome è facile, non ne diamo la traduzione.

Parlate il francese?

Si, certo. Gli italiani di qui, fra Monte-Carlo, Nizza, Mentone lo parlano, più o meno bene, ma comunque con disinvoltura. Magari con l’accento, ma anche i francesi di qui hanno pure loro “l’accent du sud”:

Siamo in buona compagnia.

Ma forse non conoscete ancora queste parole: è comprensibile, visto che, molte di loro sono nate di recente qui in Francia e legate ai fatti del momento, oppure sono nate qualche anno fa, ma sono poco utilizzate. Le possiamo considerare neologismi. Eccole.

ABSURDISTAN, così la Francia è stata ribattezzata dal periodico tedesco Die Zeit del 12 novembre 2020, al seguito della inchiesta della giornalista Annika Joeres, corrispondente da Parigi.

Ha spiegato  come lo Stato francese fronteggia l’epidemia con provvedimenti assurdi e cervellotici. Il termine è stato ripreso largamente dai media francesi, primo fra tutti Valeurs Actuelles del 26 novembre 2020. ”Dernières nouvelles d’Absurdistan”. Il nostro parere è che se Annika Joeres andasse a Roma troverebbe un altro “Assurdistan”.

BOURREAUCRATE, da non confondersi con “bureaucrate” che vuol dire burocrate. “Bourreau” in francese significa “boia”. Bourreaucrate è una parola coniata da François Huguenin nel suo blog nell’articolo “Le bourreaucrate et la philosophe” (un sentito omaggio ad Hanna Arendt), pubblicato il 4 maggio 2013 per definire il funzionario pubblico degli anni Trenta che usa il potere come un aguzzino per tormentare i cittadini, vittime del totalitarismo nazista. Il termine è tornato alla ribalta con prepotenza questi giorni, per definire i funzionari pubblici che con la loro azione tartassano i cittadini applicando le leggi dello Stato di Absurdistan.

In questo autunno la Francia non è solo tormentata dal Covid come l’Italia, ma anche dal terrorismo islamico. Si parla così, in molti media di ISLAMOGAUCHISME, scritto anche islamo-gauchisme, un neologismo che definisce  il legame fra personalità definite di sinistra o di estrema sinistra e il radicalismo islamico.

Un altro neologismo che ha attirato la nostra attenzione è EUROLÂTRE, il cui significato è: “persona eccessivamente entusiasta, e senza un grande senso critico, per la costruzione europea”.

Il termine è stato usato per la prima volta da Thierry Desjardins nell’articolo ”La solidarité européenne est une imposture” pubblicato su Le Figaro il 17 agosto 2011: “Comunque, qualunque cosa pensino gli eurolâtres, è sempre più evidente che i popoli d’Europa non vogliono la soppressione delle loro nazioni e di questa Europa che si prepara per loro”. 

Più recentemente, il termine “eurolâtre” è stato usato su Le Point a pagina 20 del numero 2522-2523 uscito in edicola il 17 dicembre 2020.

Nella storia delle lingue, i neologismi hanno da sempre costituito un arricchimento del vocabolario e un “allineamento” alle novità, le invenzioni, i concetti che man-mano la civiltà fabbrica.

Nella storia della lingua francese un grande “creatore” di neologismi è stato François Rabelais, autore del meraviglioso “Gargantua et Pantagruel”.

François Rabelais, Gargantua (Lyon: Denis de Harsy, 1537).

Più tardi, nel XX secolo, Frédéric Dard, che scriveva sotto o pseudonimo San Antonio, ne ha creati tanti di neologismi che è stata necessaria la pubblicazione di un Dizionario (Le DicoDard, pubblicato Fleuve Éditions nel 2015) per spiegarne il significato.

Le DicoDard, in vendita su Amazon

Per chiudere in bellezza: in molte lingue, diversi neologismi sono di origine italiana. Sono legati soprattutto all’eno-gastronomia, ma anche alla moda e al calcio.

Chiose sul vino

PROSECCO ROSÉ

L’anno 2019 è stato un anno molto buono per il vino, ma poi è arrivato il Corona virus. Il mercato ne ha risentito, è cambiato, ma non abbiamo ancora le cifre del 2020. L’Italia comunque ha tenuto.

Una notizia interessante è che è nato il prosecco rosato, rosé, come si suol dire. La data ufficiale è il 28 ottobre 2020, quando è uscito sulla Gazzette ufficiale della U.E. il nuovo disciplinare che autorizza il prosecco rosé ; al vitigno bianco tradizionale, Glera, viene consentita l’aggiunta di Pinot Nero nella misura del 15%. C’è stata qualche polemica: questo prodotto non è nella tradizione, il Pinot non è un vitigno italiano, si tratta di una pura operazione commerciale per correre dietro alla moda dei rosé. Tutto, parzialmente, vero. Il Pinot nero comunque si trova in Italia da tempo immemorabile, soprattutto nella parte nord orientale. Le ragioni commerciali sono ovvie, il mercato dei rosé e degli spumanti è in espansione e le prospettivo di questa  nuova bevanda sono incoraggianti, malgrado i tempi difficili, soprattutto in Germania e in Gran Bretagna. Il Prosecco merita per l’occasione come promemoria un piccolo richiamo storico.

Uva Glera. Foto© Tripadvisor.

Per capire di più, riporto qui qualche paragrafo da “La geografia del vino italiano” libro di cui sono autore e che è di prossima pubblicazione.

Provincia di Treviso.

Qui  si trova il Prosecco e su questo vino italiano occorre fare un po’ di storia. Oggi il Prosecco è un vino bianco spumante prodotto nel Veneto e Friuli-Venezia Giulia che ha cominciato a raggiungere una certa notorietà fin dagli anni ’90 come Prosecco IGT ( indicazione geografica tipica). Nel 2009 ha conseguito la denominazione di origine controllata, DOC Prosecco e in seguito, sulla spinta  del sempre più elevato livello di qualità e fama conseguiti, ha raggiunto in alcuni casi la DOCG, in località più circoscritte, come Conegliano e Valdobbiadene. 

Foto © Federdoc.

La storia tuttavia di questo vino viene da lontano e da altrove. Nel ’500 a Trieste, città allora importantissima, porto del Sacro Romano Impero, era fiorente la vino-viticoltura, esercitata all’esterno delle mura cittadine. Venne assegnato il nome di Prosecco ad un vino che anticamente era molto famoso col nome Castellum Nobile Vinum Pucinum. Il Pucinum divenne nel tempo il Prosecco, prendendo il nome della località. La prima citazione è del 1593. Questo vino ebbe successo, veniva fatto con diversi vitigni e nei tempi la produzione da Trieste ed  Istria si sposto’ sempre più in Friuli e nel Veneto. Oggi Prosecco è una frazione, borgo, di Trieste (vuol dire “Bosco Tagliato”) ed è situato a nove  chilometri dal centro e ad un’altitudine di 232 metri sul livello del mare. Anticamente c’erano per l’appunto boschi e viti fra le quali il glera. I boschi furono tagliati per fare posto alle viti. I vari disciplinari hanno stabilito per l’appunto che l’85% delle uve deve provenire dal vitigno Glera e che il nome fa riferimento a quella località: Prosecco in Provincia di Trieste.

Prosecco rosé. Foto© Bottega Spa.

La diffusione nel mondo del Prosecco è stata fulminante e nel 2018 in occasione della cinquantaduesima edizione di Vinitaly a Verona è stata celebrata l’unione di tutti i consorzi che producono questo vino al fine di coordinare gli sforzi per diffonderlo ancora di più. I consorzi sono: Consorzio DOC Prosecco di  nove province del Veneto e del  Friuli-Venezia Giulia (440 milioni di bottiglie prodotte per anno), Consorzio DOCG Conegliano Valdobbiadene, (90milioni di bottiglie in 15 comuni in provincia di Treviso),  e consorzio di Asolo (10 milioni di bottiglie). L’operazione si è chiamata Universo Prosecco. Da allora la produzione è ancora aumentata nel 2019 si hanno le seguenti cifre: DOCG Conegliano Valdobbiadene  92 milioni di bottiglie, DOCG Asolo 12 milioni e doc Treviso 485 milioni.

In futuro ci sarà anche il Rosé.

Foto © Quattrocalici.

L’autore del Blog ringrazia la Federdoc e Quattrocalici per la gentile concessione delle foto.