Italiani dimenticati (a Odessa e in Crimea)

Non parliamo di quelli oggi, ma di comunità storiche italiane stabilite in quello che era l’impero zarista.
Fin dai tempi delle repubbliche marinare, Genovesi e Veneziani si erano stabiliti da quelle parti, ma la loro storia è stata dimenticata. Le minoranze italiane furono dissolte e perseguitate ai tempi dell’URSS e dopo la seconda guerra mondiale.
Abbiamo ripescato nella nostra biblioteca un volume del 2000, edizione Giuffrè di Giulio Vignoli. Il titolo del Libro è “Italiani dimenticati, le minoranze italiane in Europa”. Una ristampa è prevista, ma non è sicuro. Proprio in questo libro sono segnalate le vicissitudini di questa minoranze e la loro storia finita tragicamente.
Le ricordiamo anche noi.


ODESSA
Un nobile napoletano di origine spagnolo Giuseppe De Ribas (1749-1800), fondò, verso la fine del Settecento, la città di Odessa, in Ucraina, organizzandone il porto, la flotta e il commercio, rendendola una città importante per il Mar Nero e il Mediterraneo.

Ritratto di Giuseppe de Ribas. Collezione del Museo dell’Ermitage, S. Pietroburgo

Figlio dell’irlandese Margaret Plunkett e di Miguel de Ribas y Buyens, un esponente della piccola nobiltà spagnola arrivato a Napoli al seguito di Carlo di Borbone, era nato all’ombra del Vesuvio nel 1749, dove, all’età di 16 anni, era entrato nella Guardia napoletana con il grado di tenente. Nel 1769, a Livorno, incontrò colui che ne avrebbe cambiato la vita: il comandante in capo della flotta russa conte Aleksei Orlov, fratello di uno dei tanti amanti di Caterina II, Grigorij Grigorevic Orlov.

Caterina la Grande, imperatrice della Russia (1729-1795).

Arrivato nel Mediterraneo con la flotta del Baltico per ingaggiare battaglia con le marina ottomana in occasione della prima guerra russo-turca, Orlov rimase affascinato dal giovane ufficiale napoletano capace di esprimersi correttamente in sei lingue diverse. Decise quindi d’ingaggiarlo come interprete, proponendogli di trasferirsi a San Pietroburgo. L’avventuroso de Ribas non ci pensò un attimo e pochi mesi dopo, nel luglio del 1770, sotto le insegne della nuova bandiera, prese parte alla vittoriosa battaglia di Chesme contro la flotta turca, la prima combattuta da navi russe nel Mediterraneo. Arrivato a San Pietroburgo, assunse il nome di Osip Michajlovic Deribas ed entrò nella scuola militare del ‘Primo corpo dei cadetti’. Nella capitale, dove più tardi sarà raggiunto dai fratelli – Emanuele, Andrea e Felice – costruirà un’importante rete di relazioni, complice anche il matrimonio con la ciambellana di Caterina II, Anastasija Ivanovna Sokolova. Alle nozze, celebrate nel 1776 nella chiesa del palazzo imperiale di TsárskoyeSeló, alla periferia di San Pietroburgo, parteciperà anche la zarina che, pochi anni dopo, diventerà madrina delle due figlie della coppia. Promosso colonnello, nel 1783 entrò al servizio del nuovo favorito dell’imperatrice, Grigorij Aleksandrovic Potëmkin, che seguirà nei territori dell’Ucraina meridionale, da questi amministrati dopo le conquiste ottenute ai danni del sultano. Sulle sponde del mar Nero, de Ribas entrerà definitivamente nella storia, partecipando alle più importanti battaglie della Seconda guerra russo-turca (1787-1792).

Grigorij Aleksandrovic Potëmkin. Collezione dell’Ermitage ©.

Dopo aver preso parte allo scontro navale dell’estuario del Dnepr, all’assedio della fortezza di Ochakov, de Ribas conquisterà l’isola di Berezán e il villaggio di Khadjibei (abitato dai tatari) con la fortezza di Yeni Dunyia, dove nel 1794 fonderà, appunto, Odessa. Non solo, il suo intervento si rivelerà decisivo per espugnare l’agguerrita piazzaforte d’Izmail posta alla foce del Danubio. Sarà lui, infatti, a elaborare insieme al generale Suvorov, il piano d’attacco che, in poco più di dodici ore, farà cadere una delle città più fortificate d’Europa.

De Ribas ribattezzò il villaggio di Khadjibei “Odesso”, in omaggio alla vecchia colonia greca che si estendeva sulla costa. Luogo di incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale, multiculturale per la sua stessa natura geografica, situata alla foce di grandi fiumi, tra cui il Danubio, divenne presto il cuore pulsante dell’impero meridionale della zarina Caterina, la quale ribattezzò il villaggio al femminile, Odessa.

Veduta di Odessa alla finedel Settecento, in un’antica stampa.


Ben presto ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo.
 L’italiano rimase a lungo lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

Teatro Nazionale di Odessa, progettato dall’architetto italiano Francesco Frapolli nel 1810.


La famosa canzone “O’ sole mio” fu scritta e composta ad Odessa da Giovanni Capurro e Eduardo Di Capua che in quel tempo si trovava nella città russa.(Non ucraina, notiamo che a quel tempo Odessa era considerata russa e la lingua ucraina era considerata un dialetto, di nessun uso ufficiale).
La musica si ispirò ad una bellissima alba sul Mar Nero e dedicata alla nobildonna Anna Maria Vignati Mazza. Il brano non ebbe immediato successo a Napoli, salvo poi diventare famosa sulle sponde del Mar Nero e da lì divenire canzone patrimonio della musica mondiale.
Inoltre, grandi attori teatrali e musicisti contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo.
Nel passare del tempo, tuttavia, il peso della colonia italiana diminuì progressivamente; nella seconda metà dell’Ottocento la comunità italiana contava solo 286 unità, ma l’impronta italiana nella città è evidente tutt’oggi.
L’italiano Francesco Boffo (1790-1867) fu l’ architetto del comune di Odessa per oltre 40 anni, trasformando la città in un vero museo a cielo aperto dell’architettura neoclassica e neo rinascimentale italiana, rivaleggiando con San Pietroburgo. L’ opera più famosa è la scalinata Potëmkin (immortalata nel film “La corazzata Potëmkin”), oltre a circa 30 palazzi ed edifici pubblici.

La famosa scalinata di Potëmkin.


CRIMEA
Sulla storia della comunità italiana di Crimea esiste, disponibile su internet, un volume: “L’olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli italiani di Crimea”
Settimo Sigillo-Europa Lib. Ed, 2009. Gli autori sono Giulia Giacchetti Boico*, i cui antenati facevano parte di questa comunità e Giulio Vignoli** .
Dal volume riportiamo una citazione:
“Dal 1830 fino alla fine del Secolo XIX un flusso migratorio italiano, composto soprattutto di Pugliesi, interessò la Crimea allora appartenente alla Russia zarista. Con l’avvento del comunismo il destino di questa comunità, alcune migliaia di persone, divenne problematico per poi precipitare verso un tragico destino”.


In particolare il libro rievoca la drammatica vicenda, per lo più ignota e comunque sempre ignorata da chi avrebbe dovuto e dovrebbe occuparsene, di questi Italiani, di questa vera e propria minoranza nazionale della Crimea, dalle persecuzioni nel periodo stalinista alla deportazione nel 1942 in Cazachistan, alla fame, agli stenti, alla morte di molti nelle steppe dell’Asia, per giungere fino ai nostri giorni. La pubblicazione, arricchita da importantissimi ed inediti documenti e testimonianze, vuole pubblicizzare i terribili eventi patiti dagli Italiani (uomini, donne, vecchi e bambini) e sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica dell’Ucraina e dell’Italia alle difficili condizioni in cui tuttora vivono i sopravvissuti in Crimea e la diaspora negli Stati della ex Unione Sovietica. Ad essi deve essere resa giustizia”.

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*Giulia Giacchetti Boico, nipote di deportati, da anni raccoglie materiale sulla deportazione degli Italiani di Crimea. E’ la memoria storica della Comunità degli Italiani di Kerc (Crimea). Può essere definita il genius loci.
**Giulio Vignoli è professore di Diritto Internazionale nell’Università di Genova. Da tempo si occupa delle minoranze italiane che vivono nell’Europa Orientale e della loro tutela. In argomento ha pubblicato vari libri, tale “Gli italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa. Saggi e interventi” (Giuffrè 2000) e “I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica italiana” (Giuffrè 1995).

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